Al via i Referendum sociali. I movimenti per l’ACQUA non si arrendono: sarà petizione e, ancora, AUTORIDUZIONE

1-Acqua, ultimo round

Ignorati, massacrati e poi, infine, cancellati. Questa la parabola che, nell’arco di cinque anni, da quel lontano 13 giugno del 2011 quando 27 milioni di concittadini osarono pronunciarsi sulla fuoriuscita di acqua e servizi pubblici locali dalle logiche di mercato e di profitto, ha seguito una delle più straordinarie prove di democrazia degli ultimi decenni. La mazzata finale gli sarà inferta dal Testo Unico sui servizi pubblici locali (s.p.l.), decreto attuativo della Legge delega Madia n. 124/2015 che, se approvato nell’odierna versione (verosimilmente ai primi di luglio), riporterà l’orologio della storia referendaria dell’acqua a prima del 2011!

Perché il citato T.U. consegna al mercato e alla concorrenza (cioè ai potentati economico-finanziari interessati alla mercificazione dei beni comuni) la governance di tutti i servizi pubblici locali escludendo -in netto conflitto anche con la normativa europea- ogni ipotesi di gestione realmente pubblica tramite azienda speciale dei servizi a rete come l’acqua (art. 4, comma 2), sottraendoli, così, dopo la svista referendaria, a territori e comunità locali. Al punto che, laddove la scelta gestionale cadesse su s.p.a. a capitale interamente pubblico (in house, come si dice), il T.U. chiede di provare le ragioni del “mancato ricorso al mercato” attraverso un complesso e farraginoso iter nel quale, tra i soggetti decisori troviamo, manco a dirlo, gli stessi istituti di credito! (art.7, c. 3-4).

Non solo. Con indicibile sfrontatezza, il T.U. reintroduce il profitto garantito ai gestori utilizzando la stessa formula abrogata nel 2011, vale a dire l’ adeguatezza della remunerazione del capitale investito…” (art.25, c.1, lett. d) quale criterio a cui deve essere improntato il calcolo della tariffa!

E perché la messa in mora della volontà popolare e della democrazia tout court fosse completa, una pioggia di emendamenti, fino al punto di stravolgerne il testo e il senso (in particolare quello sull’art. 6), i parlamentari pieddini  hanno riversato sulla legge di iniziativa popolare di ripubblicizzazione della gestione del servizio idrico integrato (LIP) che, figlia di quella straordinaria stagione (ben 420 mila firme a supporto della prima stesura del 2007), è stata ripresentata alle Camere a marzo del 2014 e oggi in discussione nella Commissione Ambiente. Al punto che i deputati di S.I. e M5S hanno abbandonato l’aula per protesta e ritirata la propria firma di sottoscrizione.

D’altra parte, il terreno era stato preparato con cura dai precedenti provvedimenti normativi, quali Spending review, Sblocca Italia e legge di stabilità 2015, il cui combinato disposto delineava un lucido piano di aggressione complessivo a tutto il comparto dei beni comuni per fare di IREN, A2A, HERA ed ACEA (le multiutility italiane di servizi già quotate in borsa) gli assi pigliatutto delle ex partecipate, di cui i soci sindaci, strozzati dai tagli ai trasferimenti agli enti locali, si sarebbero volentieri liberati. E così i quattro “campioni nazionali” saranno in grado “di competere sul mercato globale”.

2-L’attacco è sistemico. I Referendum sociali

Ma ad essere massacrati  non sono solo acqua e s.p.l.. La geopolitica dei nuovi assetti di potere, delle nuove forme di accumulazione scaturiti dalla crisi, passa per uno svuotamento delle prerogative, delle libertà e dei diritti che per oltre mezzo secolo hanno informato, in Italia e in Europa, il faticoso compromesso tra capitale e lavoro. Così, l’attacco all’ambiente e ai beni comuni, al lavoro, alla scuola sono i tasselli materiali di un piano di aggressione complessiva -di cui lo Stato si fa esecutore e garante- agli istituti prìncipi della nostra civitas, così come oggettivati nella Carta costituzionale del ’48, anch’essa “necessariamente” sotto attacco. Il cui esito, se non efficacemente contrastato, sarà una ri-organizzazione della res pubblica di segno marcatamente autoritario, funzionale ed asservita agli interessi delle lobby economiche e dei potentati finanziari nazionali e transnazionali, secondo la collaudatissima -v. Grecia- equazione: (trappola del) debito = austerity = riforme strutturali.

Ecco perché, a fronte di questo scenario, l’illusorietà di efficaci risposte settoriali da parte dei movimenti che pure hanno tentato in questi anni di contrastarne l’avanzata, ha dato impulso alla costituzione di una alleanza sociale tra le principali forme di resistenza organizzata sui territori, vale a dire i movimenti per l’acqua, il movimento della scuola, quello contro la devastazione ambientale e le trivellazioni, quello contro il piano nazionale inceneritori, aperta all’iniziativa sui temi del lavoro e contro la riforma costituzionale. Insomma, l’idea, formalizzata il 13 marzo a Roma (a Padova il 10 marzo), è quella di opporre alla scelta neoliberista, privatizzatrice e falsamente modernizzatrice del governo Renzi, una stagione di Referendum sociali, capace, non solo di produrre su questi temi dibattito, conoscenza e, dunque, mobilitazione sociale, ma, anche, di connettere e contaminare le singole lotte, perché ognuna sia effettivamente percepita e assunta da tutte/i come battaglia collettiva.  L’obiettivo, come si può leggere nel Comunicato stampa della neonata alleanza, è “una società “democratica” che investa sul valore della scuola pubblica, sulla sostenibilità ambientale e la difesa della salute pubblica, sulla gestione pubblica dei servizi locali, sul lavoro stabile e sul diritto al reddito, che veda la piena attuazione del dettato costituzionale e non il suo smantellamento”.

 Così, ai quattro referendum sulla legge 107 della “Buona scuola” si sono aggiunti  quello sull’Opzione “Trivelle zero” (art.4 della legge 9/1991) -promosso dagli attivisti della campagna “Stop devastazioni”- e quello contro le lobby dell’incenerimento, come la norma dello Sblocca Italia che ha definito i termovalorizzatori “insediamenti strategici”, al fine di imporne la costruzione e la diffusione. Mentre il Forum dell’Acqua, dribblata da Renzi  l’ipotesi referendaria con la quale intendeva scendere in campo (quella che favoriva la dismissione delle partecipate attraverso la sottrazione dei proventi realizzati ai vincoli del patto di stabilità interno, già utilizzata dall’ineffabile Bitonci per alienare ben 13 milioni di azioni HERA di proprietà del Comune di Padova) perché abrogata dal Decreto Madia, ha dovuto ripiegare sullo strumento della Petizione, e cioè “una grande raccolta firme (obiettivo 700 mila)” con la quale chiedere sia la cancellazione del T.U. Madia, sia l’approvazione della citata  LIP nella versione depositata a marzo 2014 (ante-massacro PD) sia, infine, la costituzionalizzazione del diritto all’acqua.

3-I limiti dello strumento referendario

Con la consapevolezza dei limiti e delle insufficienze dello strumento referendario, la cui efficacia è legata a filo doppio ai rapporti di forza che gli attori del conflitto riescono a mettere in campo. La parabola dell’acqua pubblica è, da questo punto di vista, paradigmatica… Così, per esemplificare, la campagna di Obbedienza Civile (vale a dire l’autoriduzione della bolletta dell’acqua della componente tariffaria di profitto abrogata dal 2° quesito referendario mai applicato dai gestori),  se fosse stata assunta e praticata dalle centinaia e centinaia di comitati ancora attivi all’indomani della vittoria referendaria, avrebbe potuto mantenere in vita un livello di mobilitazione sociale adeguato alla durezza dello scontro che si andava profilando e chissà, forse volgere i rapporti di forza a favore del risultato scaturito dalle urne.

Tant’è che nelle poche realtà in cui la campagna si è radicata (principalmente in Toscana, Latina e nel padovano) non solo ha tenuto alta l’attenzione (e l’indignazione) sull’ingiustizia post-referendaria, ma ha dato vita ad un reale e inedito esperimento di democrazia partecipativa che, dal basso, ha sostanziato il risultato scaturito dalle urne del 13 giugno. Ma c’è di più. Ha consentito di scoprire e denunciare le tante malefatte dei gestori, come la truffa della mancata depurazione delle acque reflue (sì da garantire ai truffati rimborsi di migliaia di euro), l’insufficienza e l’obsolescenza delle reti fognarie (composte in gran parte di cemento-amianto); ha consentito, altresì, di stornare dalle bollette, insieme al profitto, l’ulteriore balzello del deposito cauzionale e, infine, come accaduto a Padova, di mettere con le spalle al muro un gestore del calibro di AcegasApsAmga -gruppo HERA  s.p.a. circa la sospensione dell’invio di solleciti di pagamento delle bollette autoridotte e delle reiterate minacce di interruzione del servizio fino a sentenza del Consiglio di Stato! E tanto altro potrà ancora fare.

Si provi ad immaginare l’impatto di siffatti risultati su scala nazionale e le sinergie che si sarebbero attivate…

Ma così non è stato. Per responsabilità anche dello stesso Forum nazionale (che non ha saputo o voluto adeguatamente supportarla), l’Obbedienza Civile è stata presto derubricata dalla maggioranza dei comitati ad attività marginale, per poi essere del tutto accantonata. Così,  è venuta a mancare anche la necessaria spinta (sociale) ai percorsi di ripubblicizzazione (unico esempio realizzato quello della città di Napoli), col risultato, per tanti comitati, di condannarsi all’estinzione o, nel migliore dei casi, all’autoreferenzialità. “Per noi -affermano gli acquaioli padovani che da  sempre l’hanno praticata- resta un punto irrinunciabile della nostra lotta”.

4-Per concludere

A cinque anni da quella straordinaria stagione, la nuova che si annuncia, pur non potendo realisticamente riproporsi l’ambizioso obiettivo di rivivificare quel patrimonio sociale e ideale così inopinatamente disperso, appare, nella situazione data, l’unica modalità credibile e disponibile (a quanti vorranno approfittarne) per adeguare il livello della risposta (collettiva) alla durezza dello scontro in atto. Ma perché sia primavera (sociale) occorrerà tessere una trama larga, inclusiva, di soggetti e lotte che dal vicinissimo referendum No-Triv del 17 aprile si estenda fino ai referendum co/i/stituzionali, senza tralasciare il famigerato Trattato  transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP).

Ma inclusiva dovrà essere anche la convinzione che abbiamo dalla nostra  la forza e l’intelligenza per combattere e vincere questa battaglia di civiltà.

Perché si scrive acqua, saperi, ambiente… si legge democrazia.

Alessandro Punzo

 

 

 

 

 

Comments are closed.