Un clima rivoluzionario?

Verso la manifestazione nazionale di Roma del 23 marzo. Note sul rapporto tra grandi opere e giustizia climatica

Il cambiamento climatico è un oggetto sfuggente. Sappiamo che esiste grazie ai dati scientifici che ne mostrano la gravità, i report ufficiali evocano scenari apocalittici, ma rimane un fenomeno di cui non è possibile fare esperienza individuale. I migranti climatici si sommano a quelli in marcia a causa di guerre e violenze. Siamo sempre più soggetti a fenomeni metereologici estremi, ma il dubbio rimane. Come è possibile essere certi che una specifica anomalia metereologica, oppure una specifica ondata migratoria, siano davvero ascrivibili all crisi climatica? Non solo. Il climate change produce un effetto paradossale, più la scienza del genere umano affina i suoi strumenti di calcolo e di previsione, più esso viene messo a fuoco, meno ci si sente socialmente in grado di dare una risposta radicale al problema. Ci si chiede come sia possibile (lo dice il noto rapporto dell’IPCC) eliminare completamente i combustibili fossili dalla lista delle nostre fonti di energia, nel breve arco di 81 anni.

Qualcuno ha sottolineato come il cambiamento climatico sposti la posta in gioco dei movimenti, prima ogni lotta prevedeva la sostanza storica come sfondo immutabile della propria vicenda, oggi è quella stessa sostanza storica ad essere la posta in gioco.

Eppure non è più tempo di attardarsi. Forse tocca aprire la finestra, scrollarsi di dosso lo scoraggiamento e guardare oltre con uno sguardo nuovo. Là fuori, nel mondo come in Italia, grandi “fette” di società cominciano, al netto della teorica inafferrabilità del fenomeno, a metterlo a fuoco tra le proprie coordinate culturali e ad avvertirne la materialità nel presente. Non ci riferiamo esclusivamente ai milioni di persone che, dal Sud del Mondo, sono costrette a migrare da terre prosciugate dal colonialismo e poi colpite da siccità e desertificazioni, ma pensiamo all’Europa e dunque all’Italia, dove un modello dissennato di sviluppo ci costringe a convivere con livelli sempre più intollerabili di inquinamento dell’aria e dell’acqua, ad assistere alla recidiva ricerca di nuove fonti di combustibile fossile (o alla costruzione di infrastrutture per la loro erogazione), alla deforestazione e al consumo di suolo che compromettono la capacità dei territori di rispondere con efficacia ai fenomeni di una crisi climatica che è già qui. A ben vedere, tutti questi elementi citati sono consustanziali ad un modello di sviluppo che il nostro paese conosce bene, quello delle grandi opere. Anche a casa nostra si è dispiegato un capitalismo estrattivo e di rapina. La risorsa da sfruttare è il territorio, ovvero quella “rete della vita” che tiene insieme natura umana e non umana. Pensiamo al TAV della Val di Susa. Il progetto dell’opera dichiara, ad un tempo, guerra all’ ambiente, al legame sociale e all distribuzione equa della ricchezza. Se la costruzione del TAV dovesse andare a pieno regime, ciò implicherebbe la distruzione di un ecosistema montano da sommarsi alle incalcolabili emissioni di un cantiere che si prevede almeno ventennale. Nel frattempo, già oggi, la forma sociale che i valligiani hanno sedimentato storicamente e rafforzato attorno alla lotta, è messa a dura prova dalla repressione, mentre fondi pubblici che potrebbero essere investiti altrimenti, principalmente nella messa in sicurezza del territorio attraverso opere diffuse e mirate, nella la scuola o nella sanità, sono invece dirottati verso aziende dal dubbio codice etico e verso un’opera del tutto insostenibile.

L’idea ottocentesca di progresso (certamente superata, ma mai estinta), quando il prestigio si misurava in metri, tonnellate e acri in una gara al gigantismo tra stati-nazione, è ancora la matrice culturale alla base del successo della grande opera: gigante, faraonica, ma soprattutto strutturalmente irreversibile. 

In Italia, imprenditori ed industriali hanno così messo a punto un sistema di sicuro guadagno (dove c’è poca innovazione di impresa e tanto parassitismo), la politica istituzionale, dal canto suo, (oltre alla tentazione delle tangenti) continua a puntare al prestigio derivante dalla grande opera. 

Questo è il mix letale all’opera nel MOSE, opera non finita, obsoleta fin dal progetto, generatrice di un vero e proprio sistema mafioso che ha bruciato in corruzione circa un miliardo e mezzo, sprecandone finora altri quattro (soldi dei contribuenti ovviamente). Inoltre, ammesso e non concesso che il MOSE verrà mai terminato, ciò che lo metterà sicuramente in crisi è l’innalzamento del medio mare previsto per i prossimi decenni (fonte: Nature). Infatti si prevede un innalzamento futuro del livello dell’acqua tale per cui le dighe del MOSE dovrebbero rimanere chiuse per molto più tempo del previsto, causando una diminuzione dello scambio di ossigeno tra laguna e mare, sancendo così la possibile morte dell’ecosistema lagunare e della sua ecologia culturale, sociale ed economica.

L’esempio del MOSE ci insegna che la grande opera deve essere abbandonata poiché la sua irreversibilità non tiene conto dell’orizzonte dei cambiamenti climatici che imporrà al territorio nuove capacità di adattamento. Ma tale capacità di adattamento non ci verrà regalata, sarà il frutto di una conquista o non sarà affatto. Non si tratta, bisogna chiarirlo, di accontentarsi di improbabili accorgimenti, senza mettere in discussione la cornice capitalistica. Non ci riferiamo nemmeno solo alla stretta attualità della vergognosa retromarcia del governo e del Movimento 5 stelle in particolare, sulla questione delle grandi opere. Non basterà infatti bloccare il tratto valsusino del TAV (decisione tra l’altro non ancora presa) per fare dimenticare le vergogne dell’ILVA, del Terzo Valico, del TAP, del MUOS, dei permessi per le trivellazioni. Non basterà ciò per cancellare l’ignavia sulle grandi navi, sul MOSE e la lista potrebbe continuare. 

Quello a cui miriamo è una trasformazione del modello di sviluppo, possibile solo se esisterà un movimento radicale (transnazionale e plurale) di critica al capitalismo attuale.

La sostenibilità è un miraggio, utile solo a chi aggrava la crisi climatica.

Lasciamoci alle spalle le retoriche della sostenibilità. Ciò non vuol dire che non serva battersi in quelle specifiche vertenze che mirano ad ottenere minori impatti ambientali, ma il nostro orizzonte politico non è ovviamente quello delle COP governative, tra l’altro sempre più svuotate dai nuovi negazionisti à la Trump o à la Bolsonaro. 

Se prendiamo per buono il suggerimento di Jason Moore, sostituire al termine Antropocene quello di Capitalocene, emerge con chiarezza la responsabilità storica del capitalismo nella crisi climatica che stiamo attraversando. E’ chiaro che la lotta contro le nuove forme di sfruttamento nell’epoca della gig economy e delle piattaforme digitali è importante, come è importante iniziare a pretendere lavoro a basso impatto ambientale: si pensi a quanto, ad esempio, il settore della logistica sommi condizioni di lavoro dure e precarie ad una quantità immane di emissioni. Va però onestamente ammesso che per troppo tempo i movimenti hanno trascurato la messa in forma della natura da parte del capitale, lasciando libera l’avanzata di quest’ultimo sul terreno della riproduzione, quello caratterizzato dal lavoro di cura (in particolare delle donne), da quello servile, ma anche da quello “della natura a buon mercato”. E’ questa, tra l’altro, una delle ragioni per cui tra le protagoniste dei movimenti ecologisti del nord Europa, troviamo in forza soggettività femministe, trans e queer. 

Se, giustamente, la decrescita è per molte e molti una priorità, è illusorio pensare che sia possibile decrescere nel capitalismo. Non è solo il fatto che il capitale abbia strutturalmente bisogno di crescita per riprodursi, ma anche il fatto che, se l’orizzonte non muta, non è realistico chiedere a chi è subalterno di decrescere. Se coloro i quali si battono per la decrescita sono degli interlocutori, e lo sono, anche per il semplice fatto che stanno dentro le lotte ed i comitati, con loro la discussione deve vertere su una applicazione della decrescita in chiave anticapitalista, ovvero fuori dalla convinzione che un cambiamento individuale dei consumi o che un ritorno a piccole comunità omogenee possano essere strumenti sufficienti contro la crisi climatica (qui semplifichiamo brutalmente per necessità di spazio). Chi è povero, subalterno, chi ha poco non si priverà del poco che ha se prima non si rivoluziona culturalmente la nozione di piacere, se non si afferma, nelle pratiche sociali e di lotta, che la felicità non è questione riducibile alla propria capacità di consumo individuale.

Che significa ciò? Che dobbiamo squalificare dalla nostra lotta il tema delle forme di vita (cioè di come si vive e ci si comporta, anche individualmente, dentro il climate-change) e ridurre tutto ad un tema di organizzazione e di azione collettiva? Niente affatto, l’organizzazione dei movimenti dentro la crisi climatica non può prescindere da una nuova attenzione alle forme di vita: all’alimentazione, all’energia, al ciclo dei rifiuti, alla mobilità e così via. Non è possibile separare organizzazione e comportamenti, etica collettiva ed individuale. Su questo abbiamo molto da imparare se vogliamo allargare il nostro raggio d’azione.

L’intreccio tra organizzazione e forme di vita deve essere inoltre utile a disinnescare il meccanismo psicologico per cui la responsabilità individuale nei confronti del clima si trasforma in senso di colpa che funziona da livellatore sociale. Non siamo tutte e tutti ugualmente responsabili della crisi climatica. Vi è il tema del privilegio di razza, di classe e di genere che diversifica il peso dei singoli e delle comunità di fronte ai problemi del climate change, questo a sua volta non è separabile dalla responsabilità storica dei capitalisti che arriva fino alle attuali élite finanziarie. Nostro è lo slogan: “La riconversione ecologica la paghino i ricchi”. La responsabilità di costruire un ethos all’altezza della crisi è collettiva, ma sono i grandi patrimoni, le grandi concentrazioni di capitale transnazionale che debbono essere intaccati per procurare le risorse necessarie.

Il comune

I beni comuni non sono categorie merceologiche, non sono tali per natura, ma solo quando qualcuno ne conquista un uso comune. I commons sono materiali ed immateriali, territoriali ed urbani. Spesso queste dimensioni si compenetrano, come nel caso di Venezia, dove la cosiddetta natura (l’acqua, la flora, la fauna e la morfologia lagunari), non è separabile dall’arcipelago edificato e dal modo di vita. Dove tale intreccio ha permesso la sedimentazione di un capitale simbolico collettivo unico al mondo. Ciò che non è unico è l’effetto distruttivo del turismo di massa (di cui le grandi navi sono la manifestazione più arrogante) sul tessuto sociale. Un effetto che mette a rischio il patrimonio di forme di vita peculiari che è l’eredità inestimabile di centinaia di città e centri storici in tutta Europa. Non dimentichiamo infatti che il turismo è, non da ieri, una delle prime industrie mondiali.

Perché siamo convinti che la categoria del comune può giocare un ruolo importante nella nostra lotta? Perché il pubblico, non solo il privato, è oggi una dimensione che appare sempre più supina agli interessi del capitale. Reclamare un settore pubblico che funzioni è un anacronismo, il pubblico funziona già, solo che, dall’affermazione del neoliberismo, ha scelto di farlo a discapito del bene comune.

Se pensiamo alla campagna contro le grandi opere, la nazionalizzazione non rappresenta per noi la soluzione. Se si discute di sovranità si discuta del peso storico, soprattuto nel Sud Globale, delle lotte per la sovranità alimentare, lotte che poco c’entrano con la nostalgia per i rassicuranti confini della nazione. Inoltre la dannosità di una grande opera non varia a seconda della committenza pubblica o privata e la rapina perpetrata attraverso il modello a cui ci opponiamo si regge su un intreccio strettissimo tra Stato ed impresa. Non vediamo forse questo intreccio plasticamente rappresentato nella trasversalità istituzionale delle recenti piazze pro grandi opere? Dove Lega e PD marciano insieme, accompagnando le associazioni imprenditoriali ed industriali.

Il comune è un campo di battaglia. In questa battaglia il cosiddetto uso politico del diritto (sperimentato soprattutto a livello municipalista) è uno strumento importante, ma non esaustivo. 

Il divenire comune di un bene raramente si ottiene senza un percorso di lotta che lo reclami. Senza agire sui rapporti di forza. Senza conflitto la legge rimane un ostacolo per il comune, non un alleato. Non siamo interessati al virtuosismo del giurista, ma alla dimensione giuridica come ulteriore terreno di precipitazione delle lotte. Senza contare che, a volte, un bene comune può essere messo al sicuro da un provvedimento legislativo, altre volte dal suo mantenimento fuori dalla portata del diritto. In ogni caso, una riattivazione del discorso sui beni comuni è una delle condizioni che può offrire respiro e strumenti ad un movimento contro le grandi opere e per la giustizia climatica. 

I comitati

Per noi l’obbiettivo è chiaro ed ambizioso. Non si tratta di costruire un palcoscenico per autorappresentarsi, non si tratta della sopravvivenza di singole organizzazioni o di aree di affinità, della proposta di costruire cartelli o partiti, né di praticare l’egemonia su quel misero spazio che le forze reazionarie ci hanno lasciato. Evitiamo di riprodurre la tristezza di spettacoli ben noti. 

Ci si doterà degli strumenti organizzativi necessari, ma il desiderio è che da questo percorso nasca un movimento, uno spazio ampio, una spinta sociale reale e radicale che sviluppi un lavoro di lungo periodo. Al di là dei buoni propositi è questa l’unica condizione per un salto di qualità.

Però è bene dire che non partiamo da zero. I comitati territoriali, alcuni storici, alcuni recenti, rappresentano un patrimonio unico in cui si sono sedimentati anni di lotte e di conoscenza di parte, di legame sociale e di conflitti. Un grande patrimonio, ma con il limite della difficoltà, al di là dei tanti casi di solidarietà, di costruire un terreno comune che non dimentichi certo le singole vertenze, ma che conferisca maggiore forza dentro un punto di vista ed un percorso comuni.

Crediamo che la sfida sia duplice.

Prima di tutto, come comitati, siamo chiamati ad un salto di qualità. Forse non lo abbiamo messo a fuoco, ma tutti, battendoci contro le grandi opere inutili e dannose, ci battiamo contro un modello di sviluppo che corre nella direzione dell’inasprimento della crisi climatica. D’altro canto, i milioni di persone che in Italia (ma anche in Europa e nel mondo) sentono l’esigenza di combattere i cambiamenti climatici sono in ascolto, sono contrari alle grandi opere e sono finora privi (questo almeno vale per il bel paese) di spazi di movimento che, con radicalità ed intelligenza, offrano loro un terreno per mettere insieme forme di vita e conflitto. 

La questione grandi opere rappresenta certamente una contraddizione per il sedicente governo del cambiamento. Noi crediamo che questa contraddizione vada acuita se vogliamo portare a casa dei risultati. Dunque serve un’azione che, come nei mesi scorsi, sia repentina e continuata. Non possiamo fare nostra alcuna posizione che oggi si assesti sull’idea di un lasciar fare il governo in carica. La Lega comanda, i Cinque Stelle vacillano tra un’analisi costi benefici e un finto reddito di cittadinanza per non soccombere nei consensi. E’ possibile, ma non scontato, che in vista delle Europee arrivi una (almeno parziale) bocciatura del TAV. Che cosa dimostra tutto ciò? Che spazi di contrattazione si aprono attraverso le lotte, del resto, come è possibile fidarsi dei dispositivi partecipativi della Casaleggio?

In seconda battuta è bene chiarire che oggi abbiamo bisogno della massima apertura. Oltre le differenze va aperto il confronto con tante e tanti, non solo tra le decine di comitati che già da mesi si mobilitano, ma anche con quei singoli e quelle organizzazioni che si occupano da anni di attivismo climatico, con le reti che si muovono attorno ai beni comuni, con i gruppi della decrescita, con le soggettività femministe, queer, con Non Una di Meno, con i centri sociali, con le esperienze del municipalismo.  

Abbiamo bisogno, per continuare come stiamo procedendo, di una grande piazza a Roma, il prossimo 23 marzo. 

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