Un’onda verde ha sommerso la Terra

La marea verde cresce e non si arresta. Il terzo sciopero globale, dopo quelli del 15 marzo e del 24 maggio, è riuscito a mobilitare ancora più giovani – e non solo giovani – di quanto fatto nelle due, già eccezionalmente partecipate, manifestazioni precedenti. Le squallide operazioni di sputtanamento lanciate contro Greta e i “gretini” – ragazzini viziati che se ne fregano dei quelli meno fortunati di loro costretti a lavorare -, gli sproloqui pseudo scientifici di chi continua  negare i cambiamenti climatici, i tentativi di distogliere l’attenzione puntando le canne di un fucile sempre carico contro migranti, neri o gli “ebrei” di turno, hanno clamorosamente fallito il loro scopo. Nemmeno le spocchiose  dichiarazioni di forza hanno ottenuto l’effetto sperato. Bolsonaro che ti va a dichiarare, proprio mentre all’Onu si parlava di clima, che “l’Amazzonia è mia e me la gestisce io” è riuscito solo a far incazzare ancora di più le ragazze ed i ragazzi brasiliani che, proprio nel momento in cui scriviamo, sono scesi in piazza a milioni per le strade di Rio e di San Paolo. La protesta ha investito tutta la terra da est a ovest, seguendo il corso del sole e del fuso orario. L’Australia dove ogni giorno sbarcano migranti costretta ad abbandonare isole già finite in fondo al mare, l’Indonesia dai cieli oscurati dai fumi provenienti dalle foreste in fiamme, e ancora l’India, la Turchia dove sono state organizzate “feste tematiche” sul clima perché nel Paese dei Erdogan non si può scioperare. In tutti le città, in tutti i paesi del mondo, i giovani di Fridays For Future si sono mobilitati come e quanto hanno potuto. 

Checché se ne dica, siamo di fronte, per la prima volta nella storia dell’umanità, ad un movimento di dimensione globale, non ideologico, basato su affermazioni scientifiche, che non mira a conquistare Palazzi d’Inverno, e che ha un obiettivo nel suo contesto tanto semplice quanto fondamentale: consegnare agli uomini e alle donne che verranno dopo di noi, un pianeta vivibile. Un obiettivo definitivo, che va conquistato a qualunque costo. Un bene comune imprescindibile che appartiene a tutti coloro che abitano questo pianeta, al di là di diverse religioni, geografie, politiche, specie, generi e culture. E vorrei aggiungere anche “etnie” se non fosse che è una cosa che non esiste perché è un modo edulcorato per dire “razza”.

Siamo di fronte insomma ad un’onda verde che, per prima cosa, è riuscita a superare gli argini di un ambientalismo che, in tanti casi, andava poco al di là di una mistica dichiarazione di amore per la natura. L’onda verde su cui naviga Fridays For Future non è giardinaggio ma rivoluzione. Ne sono consapevoli le milioni di giovani e meno giovani che oggi, venerdì 27 settembre 2019, hanno occupato le piazze del mondo. Lo hanno scritto nei loro cartelli, lo hanno sventolato nelle loro bandiere, lo hanno gridato nei loro slogan. Salvare la terra dalla dittatura dei fossili significa giustizia sociale. Significa diritti civili, significa reddito, casa, scuole, ospedali, città vivibili. Significa democrazia diffusa e partecipata. Significa aprire i porti ai migranti perché solo insieme l’umanità si potrà salvare. I muri, non sono la soluzione agli sconvolgimenti causati dai cambiamenti climatici ma parte del problema. Non fosse altro che per il tremendo costo in emissioni di Co2 che portano con se tutte le politiche di guerra. 

La generazione FfF scesa in piazza oggi è la prima ad essere cresciuta dopo la caduta del muro di Berlino e libera dal peso delle ideologie novecentesche. Con leggerezza e spontaneità, hanno saputo vedere ciò che è davanti agli occhi di tutti: capitalismo e umanità non hanno nessun futuro comune. Ed hanno scelto l’umanità. 

Milioni di partecipanti allo sciopero. Nel mondo, il clima è già cambiato

“A Milano in 100 mila. Cinquantamila a Napoli, trentamila a Roma, ventimila a Torino” titola Repubblica. Un milione di partecipanti in tutta Italia, secondo il Fatto Quotidiano. Altissima partecipazione anche nel Veneto. A Venezia la ragazze ed i ragazzi di Fridays fo Future hanno dato vita ad un coloratissimo corteo, fermatosi per suonare l’allarme della crisi climatica davanti alla sede della Rai, scandendo i nomi delle cento multinazionali colpevoli del 70% delle emissioni di Co2, tra cui spicca l’italianissima Eni. Trento, Padova e Schio ganno fatto da teatro ad altrettanto partecipate manifestazioni, portando in piazza migliaia di studenti. 

Le manifestazioni, al momento in cui scriviamo, non sono ancora finite ma già le notizie che rimbalzano sul web riportano numeri da spavento. A New York, le strade sono state occupate da oltre 250 mila manifestanti. Una risposta chiara al vertice del clima che, proprio nella Grande Mela, si è appena concluso con risultati assolutamente deludenti. Se qualche Paese ha messo in cantiere qualche buona pratica, è chiaro come il sole che proprio i grandi inquinatori – Usa, Cina, Russia, Paesi arabi, in testa – non hanno nessuna intenzione di cambiare rotta. In compenso, si stanno attrezzando per avvantaggiarsi il più possibile dagli sconvolgimenti che si stanno preparando, come lo scioglimento dei ghiacciai artici che renderanno disponibili nuovi giacimenti fossili. Tipo il Trump che chiede alla Danimarca se gli vende la Groenlandia. Questo per dare la misura di come la battaglia per la terra sia, come scrive Vandana Shiva, più che altro una battaglia contro gli idioti e la loro idiozia. Ma il clima sta già cambiando. Adesso deve cambiare anche la politica.

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