30 novembre – Marea anomala a Venezia

Chissà se i progettisti del Mose, il sistema di dighe mobili che dovrebbe salvare Venezia dall’acqua alta, hanno previsto un qualche dispositivo per gli eventi davvero eccezionali… Già, perché il prossimo 30 novembre, si preannuncia una marea strana, per dimensioni e per natura. Stavolta arriverà dalla terraferma, invece che dal mare, e sarà fatta di persone, tante persone, la cui voce e i cui passi non potranno non ripercuotersi sugli equilibri lagunari.

Sabato Venezia accoglierà il più grande e partecipato corteo di protesta degli ultimi vent’anni: oltre 170 realtà – tra comitati, movimenti, associazioni, organizzazioni politiche e singoli cittadini – convergeranno dai quattro angoli della regione, ciascuno portando con sé il proprio bagaglio di lotta, ma uniti nell’affermare il più corale “basta” alla devastazione dei territori, dei diritti e della democrazia.

Della situazione veneta poco si parla e poco si sa. Ed è forse proprio grazie a questo silenzio che le potenti lobby politico-affaristiche hanno potuto agire indisturbate, in modo opaco e al di fuori di qualsiasi controllo democratico.

L’attacco ai territori

In Veneto, la seconda regione più cementificata d’Italia dopo la Lombardia, negli anni duemila si sono impermeabilizzati in media 182 milioni di metri quadrati l’anno, per un totale dell’11 per cento della sua superficie. Una terra pregiata ormai al collasso, specie per le ricadute sulla sicurezza idraulica e sulla salute pubblica; massacrata da vent’anni di sprawl, la polverizzazione urbanistica, e oggetto di un dissennato disegno strategico regionale – il cosiddetto “Bilanciere del Veneto” – partorito dall’ex-giunta Galan ed ereditato da Luca Zaia. Un disegno improntato all’iper-infrastrutturazione, al gigantismo insediativo e alla speculazione fondiaria ed edilizia.

Il nuovo modello economico – il “terzo Veneto” – ha abbandonato il cavallo da corsa della piccola e media imprenditoria, per puntare sulla mercificazione dei suoli: il territorio è diventato machina per far i schei, per usare l’espressione di Edoardo Salzano. Come molte parti d’Italia, il territorio è preso d’assedio da questa forma di colonizzazione grigia, grazie a cui la filiera del cemento-asfalto erode sempre più risorse e in modo sempre più aggressivo.

L’attacco alle regole

Per favorire questo processo c’è bisogno di strumenti legislativi e tecnici che consentano di agire in questa direzione e scavalcare gli ostacoli che le norme di tutela nazionali ed europee imporrebbero. Questo ruolo di apripista spetta alla politica nazionale e locale ed ecco che, ancora una volta, la Regione Veneto si rivela un’avanguardia nell’elaborare un Piano Territoriale Regionale di Coordinamento inconsistente dal punto di vista della programmazione, carente nelle misure di salvaguardia paesaggistica e dei suoli e improntato all’accentramento delle competenze nelle mani discrezionali della Giunta.

Ma la “politica” veneta è all’avanguardia anche nel forzare l’inserimento di numerosissime opere in Legge Obiettivo (la legge speciale del 2001 che semplifica le procedure per opere definite strategiche); così come nel fare un uso indiscriminato di strumenti come il project financing (il finto sistema di finanziamento privato che si è dimostrato un micidiale generatore di debito pubblico) e l’accordo di programma (dove il privato “tratta” direttamente con le maggioranze politiche); nel servirsi di dichiarazioni di emergenza e di commissari straordinari, per scavalcare le procedure ordinarie; nell’ignorare i criteri minimi di reale partecipazione e di trasparenza.

In questo contesto, proliferano le infrastrutture viabilistiche: dalla Pedemontana Veneta, alla linea Tav Venezia-Trieste, fino all’ultima folle approvazione della Orte-Mestre, che porterà con sé una miriade di opere complementari (e non solo in Veneto). E poi il prolungamento della Valdastico Nord, la Valsugana e li traforo del Grappa, la Nogara-Mare, la Camionabile Padova-Venezia… Tutto questo viene attuato senza un piano di mobilità e intermodalità unitario e coordinato e senza tener conto dei reali dati di traffico in picchiata ovunque. Senza considerare che perfino l’Ue chiede e finanzia la riduzione del trasporto su gomma e senza badare alle esigenze delle comunità che si vedono tagliare i servizi di trasporto pubblico.

Come se non bastasse, il reticolo di strade e autostrade produce spezzettamenti dei territori che attraggono inutili mega-insediamenti: non è un caso se qui troviamo i progetti delle nuove cittadelle artificiali come Veneto City, vicino all’innesto ovest del Passante di Mestre; Tessera City, a est dello stesso Passante, Motor City a Verona… o progetti come il Polo Logistico in comune di Mira in fregio alla Laguna.

Non solo suolo

Se la cementificazione dei suoli è già di per sé un danno gravissimo, per la drastica riduzione delle aree agricole ad uso alimentare e per gli effetti drammatici del dissesto idrogeologico, il modello di sviluppo complessivo adottato in questa Regione si spinge ancora più in là. Si mette a rischio un patrimonio inestimabile come la laguna e la stessa Venezia consentendo a navi gigantesche di spadroneggiare in un ambiente delicatissimo. Si permette il prosciugamento dei fiumi autorizzando una miriade di micro-centrali idroelettriche nel bellunese, senza un piano energetico. Si mina la salute pubblica consentendo impianti altamente inquinanti come i cementifici che bruciano rifiuti o come la centrale Enel di Porto Tolle che si vorrebbe convertita a carbone.

Destinare le risorse a favore di questo sistema di privilegi privati significa toglierle a quelle che sono le vere priorità pubbliche e che si possono riassumere in un due termini: ricomposizione e tutela. Ricomposizione e tutela del tessuto sociale, delle regole democratiche, delle economie locali, del lavoro, dei servizi essenziali, dei diritti sociali e della persona, dei territori e della loro sicurezza idrogeologica…

Un quadro complesso quello veneto, che qui si è soltanto accennato, ma che si inserisce in maniera esemplare e coerente nel più vasto modello di sviluppo e crescita che ha condotto all’attuale crisi ambientale, sociale ed economica e sta consegnando i beni comuni e la sovranità nelle mani dei mercati finanziari e dei capitali privati. Un modello che sta toccando in modo irreversibile i limiti biofisici degli ecosistemi e del pianeta, ma anche i limiti di sopportazione delle popolazioni che ne subiscono le conseguenze.

Ora tocca alle comunità

Se da una parte esiste il Veneto della svendita del territorio e dei beni comuni, delle grandi opere inutili e delle servitù militari, dall’altra c’è però un Veneto che si sta rivelando un ricco laboratorio di esperienze di resistenza, di lotta e di ricostruzione dal basso: cittadini attenti, preparati e impegnati da anni nel contrastare questa pericolosa schizofrenia. È il Veneto che conta più di 100 conflitti territoriali (52 solo per le opere cosiddette di pubblica utilità: nimbyforum.it), per non dire di quelli sociali (casa, salute, reddito, scuola, cultura, diritti dei migranti).

Le proteste, le pressioni istituzionali e le denunce che da un decennio la società civile sta portando avanti hanno spesso rallentato questa deriva e sicuramente consentito agli organi inquirenti di scavare nei torbidi intrecci di politica e affari che dominano, è il caso di dirlo, questa Regione. Si sta delineando una veracupoladel malaffare che ha già fatto scattare manette e indagini di vasta portata: a partire dal Mose fino al Passante di Mestre, dall’impresa Mantovani al Consorzio Venezia Nuova…

Ora le comunità incalzano. Il 16 novembre ha segnato una tappa importante per i movimenti di cittadinanza che in mille forme e su mille fronti stanno lottando per riaffermare i propri diritti umani, sociali e ambientali. Nelle quattro grandi manifestazioni di Napoli, Pisa, Val di Susa e Gradisca si è avuta la percezione della dimensione e della crescita di quello che è stato chiamato Fiumeinpiena. Ma, seppure evidente, è stata ancora una percezione parziale: in tutta Italia ci sono state decine e decine di iniziative più piccole, spesso sfuggite anche ai radar dei media indipendenti. Come ovunque, c’è stato un 16 novembre anche in Veneto: in quella giornata molti territori hanno organizzato iniziative, presidi e mobilitazioni a fare da cassa di risonanza e sostegno a quanto stava avvenendo con Fiumeinpiena. Ma è stato anche l’occasione per il lancio della manifestazione popolare che il 30 novembre si riverserà a Venezia (qui l’evento Facebook con appello e adesioni).

Un impegno di molte settimane e di molte persone che sono riuscite a cucire le tante anime dei movimenti veneti attorno a una piattaforma articolata e comune. A dimostrare che quando la volontà è forte e gli obiettivi chiari e condivisi si riescono a superare le differenze e ad unirsi in un’azione precisa ed efficace: una sola grande voce collettiva chiede con forza l’abbandono di questo modello irresponsabile e una concreta inversione di priorità e di scelte, prese in modo partecipato e trasparente.

L’evento del 30 novembre partirà dalla Stazione FS Santa Lucia alle 14, per proseguire lungo calli, fondamenta e campi, oltre il ponte di Rialto e quello dell’Accademia, verso San Tomà per raggiungere la sede della Giunta regionale. Ad oggi le adesioni all’appello sono oltre centosettanta ma la marea sta ancora salendo…

Comments are closed.