Osservatorio sui conflitti ambientali

LA LEGITTIMAZIONE DEI COMITATI ALLA COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE NEL PROCEDIMENTO PENALE

LA LEGITTIMAZIONE DEI COMITATI ALLA COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE NEL PROCEDIMENTO PENALE
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Un articolo sulla legittimazione dei comitati popolari a costituirsi parte civile in procedimenti penali, mentre sta per essere aperto il dibattimento nel  processo penale riguardante l’ascensore nella Rocca di Monselice (PD), con prossima udienza 17 luglio 2012; il Giudice per l’Udienza Preliminare ha ammesso il Comitato Popolare “Lasciateci Respirare” quale parte civile accanto ad Italia Nostra Onlus, ora la parola al Giudice Monocratico nell’udienza di smistamento, ove verranno sollevate eventuali eccezioni sulla costituzione.

LA LEGITTIMAZIONE DEI COMITATI ALLA COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE NEL PROCEDIMENTO PENALE

con particolare riferimento ai reati ambientali.

Le associazioni ambientaliste – anche se non riconosciute – sono ormai da tempo legittimate a intervenire nei procedimenti penali che siano attinenti ai profili di tutela che siano previsti nei propri scopi statutari; la legittimazione è stata riconosciuta alle associazioni in quanto soggetti esponenziali di interessi diffusi.

Va sottolineato, quindi, come la presenza, nel nostro ordinamento, di una forma di riconoscimento per le associazioni di protezione ambientale da parte del Ministero dell’Ambiente non impedisce che siano legittimate a diventare parte di un processo anche associazioni non riconosciute dal Ministero stesso: anche in questi casi c’è un filtro per decidere sulla legittimazione o meno delle associazioni ed è rappresentato dalla verifica, che opererà il Giudice caso per caso, tra la titolarità dell’interesse statutario stabilito, per così dire, sulla carta e in astratto, e la rappresentatività della associazione stessa in concreto, quale può essere l’attività concreta svolta nell’ambito di un territorio.

Il riconoscimento di questa legittimazione è conforme al principi costituzionale previsto dall’art. 24 Cost., in base al quale “tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti ed interessi legittimi”; a voler sostenere che le associazioni non riconosciute non possono costituirsi parte civile, quindi, si darebbe una lettura non costituzionalmente orientata del relativo istituto processuale.

Da questo ragionamento, deriva che, a maggior ragione la legittimazione a costituirsi parte civile spetta anche ai meri comitati spontanei che, come spesso accade in questo periodo storico di profondi e repentini mutamenti degli equilibri sociali, sorgono frequentemente da una libera associazione di cittadini deputata principalmente a proteggere la qualità della vita delle popolazioni residenti in un territorio circoscritto.

Il ruolo di questi comitati spontanei è importantissimo per garantire la tutela degli interessi diffusi degli abitanti fasce di territorio – il più delle volte – limitate in estensione, con una funzione suppletiva o integrativa di quelle associazioni riconosciute dal Ministero dell’Ambiente, in caso di loro inerzia o azione limitata.

Il Comitato, infatti, risulta provvisto di legittimazione propria e distinta rispetto ai singoli consociati, in quanto portatore di un interesse superindividuale, quale può essere l’interesse alla tutela della qualità della vita e del paesaggio.

Il problema che si pone in relazione a questi interessi è quello della loro protezione, atteso che l’ordinamento prevede forme di tutela chiaramente modellate su situazioni soggettive individuali.

La soluzione consiste, pertanto, nel ricondurre l’interesse superdindividuale all’alveo dell’interesse legittimo, ai fini della sua tutelabilità.

Sotto il primo profilo, si valorizza il disposto dell’art. 2 Cost., estendendo, per tale via, la nozione di interesse legittimo anche alle formazioni sociali ove si svolge la personalità dell’uomo, così affrancando l’interesse legittimo da un’accezione puramente personalistica; sotto il secondo profilo, si subordina la tutelabilità degli interessi superindividuali alla individuazione di enti esponenziali che si rendano portavoce delle relative istanze.

Il Comitato Popolare è posto quindi alla tutela dell’interesse superindividuale che passa, dunque, attraverso un «processo si soggettivizzazione o corporativizzazione», determinandone la trasformazione in interesse collettivo, interesse che può quindi essere oggetto di azione di risarcimento civile in sede penale. Il Comitato medesimo, d’altra parte, risulta essere in possesso di tutti i requisiti di rappresentatività tali da legittimare la costituzione di parte civile. La teoria formalistica sul punto, infatti, è stata ormai da tempo abbandonata in favore di una visione sostanzialistica, che fa dipendere la legittimazione alla tutela dalla rappresentatività degli enti esponenziali, di cui sono individuati i seguenti indici:

a) il fine istituzionale;

b) la possibilità concreta dell’ente, per organizzazione e struttura, di perseguire lo scopo;

c) la c.d. vicinitas.

In primo luogo, la protezione del bene a fruizione collettiva deve corrispondere a un fine statutariamente previsto dall’ente in questione; esso deve, inoltre, essere dotato di una struttura idonea ad assicurare detta finalità. Infine, l’interesse di cui l’ente è portatore deve essere localizzato, dovendo, in altri termini, sussistere uno stabile collegamento territoriale tra l’area di afferenza dell’attività dell’ente e la zona in cui è situato il bene che si assume leso. Tali requisiti, per i motivi sopra esposti, risultano essere perfettamente in possesso del Comitato, il quale è protagonista di un coinvolgimento che va oltre il generico interesse  che collega simili associazioni a tutto il territorio indistintamente. Facendo proprie le conclusioni della dottrina e della giurisprudenza amministrativa, la giurisprudenza penale ammette ormai pacificamente la costituzione di parte civile degli enti esponenziali di interessi collettivi. In proposito l’orientamento della giurisprudenza di legittimità non è stato sempre univoco, distinguendosi – come puntualmente schematizzato dalla Cassazione penale con riferimento all’ambiente – quattro filoni interpretativi: secondo il primo, le associazioni (ambientaliste) avrebbero solo una facoltà di intervenire nel giudizio penale ai sensi degli artt. 91 ss. c.p.p., subordinata perciò al consenso della persona offesa dal reato; altre pronunce configurano in capo alle associazioni medesime un’azione civile atipica, avente a oggetto non il risarcimento del danno, bensì unicamente la rifusione delle spese processuali; un terzo orientamento ritiene che le associazioni ambientaliste individuate dal Ministero per l’Ambiente ai sensi dell’art. 13 della legge n. 349/1986 possano, a norma dell’art. 4, comma 3, legge 3 agosto 1999, n. 265 (disposizioni in materia di autonomia e ordinamento degli enti locali) poi trasfuso nell’art. 9, comma 3, D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267 (Testo Unico sull’ordinamento degli enti locali), proporre le azioni risarcitorie per danno ambientale spettanti al Comune e alla Provincia, ma l’eventuale risarcimento sarebbe liquidato in favore dell’ente sostituito, mentre le spese processuali verrebbero liquidate nei confronti delle associazioni.

Infine, un quarto indirizzo sostiene che «le associazioni ambientaliste, anche se non riconosciute ai sensi del citato art. 13, legge n. 349/1986, sono legittimate all’azione risarcitoria vera e propria, anche in sede penale mediante la costituzione di parte civile, solo nella misura in cui sono portatrici non di interessi diffusi e astratti, ma di interessi ambientali concretamente individualizzati.

Secondo quest’ultima tesi le associazioni ambientaliste in quanto tali hanno diritto al risarcimento del danno ambientale quando questo offende un diritto patrimoniale oppure un diritto morale del sodalizio, identificato quest’ultimo in un interesse ambientale storicamente e geograficamente circostanziato che il sodalizio ha assunto come proprio scopo statutario».

Siffatta impostazione, sposata dalla giurisprudenza più attuale, si rifà al paradigma dell’azione aquiliana di cui all’art. 2043 cc., configurando in capo alle associazioni ambientaliste, in quanto tali, un interesse legittimo alla tutela dell’ambiente, così come della qualità della vita e del paesaggio, idoneo a essere leso.

Discende da quanto precede la possibilità che gli enti esponenziali di interessi collettivi vengano danneggiati da attività lesive degli interessi di cui sono portatori, e la conseguente legittimazione degli stessi, in via autonoma e principale, all’azione di risarcimento per danno, quando siano statutariamente portatori di interessi territorialmente determinati, concretamente lesi da un’attività illecita.

Così, in tema di legitimatio ad causam delle associazioni non riconosciute, quali i comitati spontanei, varie sono le pronunce che si sono espresse favorevolmente.

“Sussistono due differenti istituti che consentono l’accesso al giudizio penale di formazioni sociali ambientaliste portatrici di interessi superindividual.i Tali sodalizi, quando sussistano i presupposti di legge, possono costituirsi parti civili oppure possono intervenire nel processo a sensi dell’art. 91 c.p.p, con poteri identici a quelli della persona offesa al cui consenso è subordinato l’esercizio dello intervento stesso”. (Cassazione pen., Sez. III, 15 gennaio 2007, n. 554)

“Le associazioni ambientaliste in quanto tali hanno diritto al risarcimento del danno ambientale quando questo offende un diritto patrimoniale oppure un diritto morale del sodalizio, identificato quest’ultimo in un interesse ambientale storicamente e geograficamente circostanziato che il sodalizio ha assunto come proprio scopo statutario”. (Cassazione pen., Sez. III, ud. prel. 3 ottobre 2007).

Alla luce di tutti questi elementi appare comprovato che l’interesse dei Comitati Popolari spesso non consiste, ad esempio, in un mero interesse diffuso alla tutela ambientale e del paesaggio, ma sia connotato da quei requisiti di territorialità ed esponenzialità della comunità locale che la giurisprudenza richiede ai fini della tutela risarcitoria degli interessi legittimi.

Avv. Eva Vigato

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