Bassa Padovana come Taranto?

Leggendo le cronache di questi giorni sulla vicenda di Taranto, è difficile per noi, fatte le debite proporzioni, non vedere le analogie con la situazione della Bassa padovana, zona dei cementifici e di decine di altre attività e produzioni nocive. Lo spaccato che emerge dalle indagini, dalle intercettazioni, dalle denunce è quello di una realtà di gravissimo inquinamento ambientale attutito dal ricatto occupazionale, addomesticato attraverso una fitta rete di corruzione e complicità in tutti gli ambienti.

Vorremmo tanto raccontare della nostra realtà, dove l’indagine giudiziaria per le decine di morti tra ex dipendenti dei cementifici non si è mai conclusa, dove le indagini epidemiologiche non hanno mai rilevato anomalie tra la popolazione, dove l’inquinamento seppur elevato è considerato “nella norma”, dove cementieri e politici fanno squadra sponsorizzando manifestazioni, società sportive e contrade, dove il Sindacato ormai non si mobilità più contro le politiche aziendali ma contro Sindaci e Comitati che chiedono garanzie per la salute ed un modello di sviluppo diverso.

In un contesto come la bassa padovana, dove sono presenti discariche, impianti di trattamento rifiuti pericolosi e speciali, si accavallano costruzioni e richieste di decine d’inceneritori di pollina e biomasse varie, si è tramato a tutti i livelli per aggirare le indicazioni del Piano Ambientale del Parco Colli che definisce incompatibili i cementifici presenti e indica un percorso di dismissione programmata, con particolare riguardo ai lavoratori impiegati. Abbiamo assistito ad una violenta campagna orchestrata da cementieri, politici ed esponenti sindacali che cercano d’imporre ad ogni costo la ristrutturazione di un cementificio per garantirne la presenza per altri trent’anni, gli stessi che oggi cercano d’imporre un uso massiccio di rifiuti nel processo produttivo in un altro di questi impianti.

Gli odori acri, l’emissione in aria di tonnellate d’inquinanti, cittadini e lavoratori che si ammalano e muoiono, le allergie respiratorie, una normativa di favore ai cementifici rispetto agli inceneritori etc. non sono un’invenzione ma la tragica realtà che siamo costretti a vivere e che solo chi ha un interesse diretto continua a negare.

Nei prossimi mesi si giocherà il futuro di questo territorio, perché ci sarà la sentenza del Consiglio di Stato che deciderà sul ricorso dei Comuni di Este e Baone contro il Revamping di Italcementi e la Provincia di Padova si pronuncerà sul progetto rifiuti presentato dalla Cementeria Zillo di Monselice. Mettendo ancora una volta sul piatto il ricatto occupazionale, si chiede alla Provincia di ritirare la sua ordinanza che dal 2005 vieta l’uso dei rifiuti in questo cementificio e si propone di utilizzare oltre 200.000 t/a di ceneri da centrale e gessi chimici nel processo produttivo, sostenendo che non c’è nessun pericolo per salute e che si risparmierà sull’escavazione di materie prime.

Riaprire e rilanciare l’uso dei rifiuti in questi impianti porterà ad uno scenario tremendo, dal punto di vista della salute e dell’impatto ambientale. E che siano bruciati, inceneriti o mescolati non cambia la prospettiva. Basti guardare le denuncie che evidenziano come in parte del cemento messo in commercio, si ritrovano ceneri, diossine, metalli pesanti, sostanze tossiche nocive destinate alle discariche speciali e che invece si ritrovano nelle scuole e nelle abitazioni civili.

Non intendiamo rassegnarci a questa deriva e prendendo esempio dalle mobilitazioni di Taranto promosse dal “Comitato operai e cittadini liberi e pensanti”, cercheremo di riaprire il confronto tra i lavoratori e la cittadinanza, per uscire dal ricatto lavoro/salute e reclamare insieme la riconversione ecologica di queste attività e rilanciare uno sviluppo economico che non metta a repentaglio la vita delle persone e pregiudichi l’ambiente anche per le generazioni future.

Francesco Miazzi – Consigliere Comunale di Monselice