Nulla di tranquillo sul suolo pedemontano

Nelle ultime settimane il sonnolento iter della Superstrada Pedemontana Veneta è stato investito direttamene o indirettamente da alcuni eventi negativi da quali partiamo per fare una riflessione.

A fine gennaio 2015 il Commissario Straordinario per la realizzazione della SPV, nonché amministratore delegato di Veneto Strade, Ing. Silvano Vernizzi, viene indagata per turbativa d‘asta in relazione all’affidamento ad Adria infrastrutture dell’incarico per la realizzazione della “via del Mare”, una superstrada a pagamento lunga 18, 8 km, del costo di 210 milioni di euro che dovrebbe collegare l’autostrada A4 dal casello di Meolo a Jesolo.

A fine febbraio 2015 la Corte dei Conti invia una richiesta di chiarimenti all’Ing. Vernizzi, rilevando tra l’altro come il contributo pubblico sia passato da 175 a 614 milioni di euro e come esista un potenziale conflitto di interesse tra la carica di Commissario straordinario e quella di Presidente della Commissione VIA ricoperta fino a pochi mesi fa da Vernizzi stesso, nonché la completa discrezionalità dell’affidamento di incarichi e consulenze e la mancanza di pianificazione adeguata.

A metà marzo 2015 la magistratura di Firenze arresta per corruzione, induzione indebita, turbata libertà degli incanti ed altri delitti contro la Pubblica amministrazione Tra gli arrestati il super-dirigente del Ministero dei Lavori Pubblici Ercole Incalza, e l’imprenditore Stefano Perotti. Secondo l’accusa, Ercole Incalza grazie alla sua posizione strategica, induceva le società concessionarie di molte grandi opere ad affidare a Stefano Perotti la direzione dei lavori delle stessa. In cambio Stefano Perrotti affidava incarichi e consulenze a persone indicate da Ercole Incalza. Perotti era, fino al suo arresto, il direttore dei lavori anche della Superstrada Pedemontana Veneta.

Nella seconda metà di marzo, la corte dei conti invia una seconda richiesta di chiarimenti al Commissario Vernizzi. Questa volta, la magistratura contabile, oltra chiedere chiarimenti proprio su Stefano Perotti e sulle modalità con le quali gli è stata affidata la direzione dei lavori, mette in discussione l’impianto stesso della convenzione che sorregge SPV rilevando come le previsioni di traffico siano state sovrastimate e paventando il rischio che non venga raggiunta la soglia dei 25.000 veicoli al giorno al di sotto della quale ulteriori costi per circa 400 milioni ricadrebbero sulla collettività, portando il totale dell’esborso pubblico sopra il miliardo di euro ed eliminando (assieme ad altre clausole della convenzione tra concessionario e Regione) il rischio d’impresa per il soggetto privato ( In pratica la Corte de conti riprende alcune delle argomentazioni sostenute da anni dagli attivisti dei comitati contro la SPV).

Qualunque persona di buon senso, a questo punto fermerebbe tutto in attesa di chiarire tutti gli aspetti della questione.

Invece no: i lavori proseguono come se nulla fosse, perché, sostengono politici di ogni schieramento, “occorre isolare le mele marce”, ma le opere vanno continuate.

Il caso SPV è paradigmatico.

La Pedemontana Veneta è nata all’interno del “sistema Galan”, con tutte le logiche di spartizione ed affidamento tra i soggetti che negli ultimi quindici anni si sono divisi gli appalti in Veneto. Alla fine l’opera è stata affidata all’attuale concessionario solo a causa di un eccesso di sicurezza del proprio potere da parte dei boiardi veneti, i cui legali hanno presentato in ritardo la richiesta di esercitare il “diritto di prelazione”, abominevole clausola presente nella normativa per le opere realizzate in project financing.

Come tutte le grandi opere, dal MoSE al TAV, SPV è stata pensata per garantire ai boiardi pubblici ed ai loro amici di rimpinguare i propri guadagni (ultimo il caso sopra riportato Incalza – Perotti ), ai politici (vedi l’ex assessore Chisso o l’ex presidente Galan) per finanziare se stessi e le proprie clientele e ad alcuni imprenditori e società (uno per tutti Baita/Mantovani) di arricchirsi sfruttando il bene comune.

Infine non possiamo non rilevare come TUTTE le grandi opere siano strumenti funzionali con cui il sistema neoliberista afferma il proprio disegno, ossia il trasferimento di risorse naturali ed economiche dal comune verso la concentrazione di tutte le ricchezze  in sempre meno mani.

Gli attori di cui sopra ne sono gli esecutori.

I fatti riportati ne sono la prova evidente.

Noi siamo gli anticorpi.

 

 

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