Quel moloch di Italcementi che minaccia il Parco Colli Euganei

Tra il verde del Parco Colli Euganei e cittadine artistiche come Arquà Petrarca, Veneto, il consiglio di Stato – ribaltando la decisione del Tar – ha acconsentito la costruzione di un forno verticale alto 89 metri: un moloch tra i monumenti, emblema dell’arroganza del partito del cemento. Senza considerare l’alto impatto d’inquinamento sulla zona.

di Beatrice Andreose

Nemmeno la fantasia più strampalata avrebbe potuto sortire conclusione più balorda. Un forno verticale alto 89 metri, targato Italcementi, in pieno Parco Colli Euganei (Pd), per il Consiglio di Stato vanta “una qualità architettonica apprezzabile, in linea con le tendenze dell’architettura contemporanea che attribuiscono alle strutture verticali ad elevato contenuto tecnologico la funzione di riqualificare i siti nei luoghi deteriorati (…)“. Una novella piramide davanti il Louvre, insomma. Arte contemporanea che dialoga con l’antico!

Queste le premesse che hanno portato i giudici, improvvisatisi in arditi e spericolati paesaggisti, ad accogliere le richieste di Pesenti rovesciando così una sentenza del Tar Veneto a suo tempo promossa dai comitati “Lasciateci respirare” ed “E noi”, che gli vietava di poter effettuare il revamping (una ristrutturazione degli impianti) da 160 milioni di euro della sua cementeria in quel di Monselice. Così Arquà Petrarca, uno dei borghi medievali più belli d’Italia, la casa dove morì il poeta e la sua tomba, meta di pellegrinaggio per moltissimi turisti e letterati che ogni anno arrivano da tutto il mondo, avranno come sfondo questo moloch, monumento all’arroganza del partito del cemento, per altri trenta anni. Gratterà il cielo di quei colli Euganei che il poeta inglese Shelley immortalò in un suo poemetto, ma che oltre ad una bellezza straordinaria vantano anche la più alta concentrazione europea di cementifici, ben tre nell’arco di otto chilometri (la Cementizillo ad Este e Radici a Monselice) che producono ben il 60% del cemento nel Veneto, regione che a sua volta detiene il primato europeo di produzione di cemento, ben 700 kg per abitante contro i 300 della Germania.

Nemmeno una riga, nelle numerose pagine della sentenza, è stata riservata al Piano Ambientale del Parco Colli Euganei, progettato da Roberto Gambino e Paolo Castelnovi, che all’art. 19 definisce come incompatibili con l’esistenza del Parco le industrie cementiere. Giudici smemorati, infine, persino della Costituzione che tutela al sommo grado il valore estetico- culturale del paesaggio il quale, secondo la sentenza della Corte Costituzionale 151/1986, non deve mai essere subordinato “ad altri valori, ivi compresi quelli economici”.

Morale della favola: mentre i Comitati, e con loro le due sole amministrazioni di Baone ed Este, insieme alle parrocchie che invitano ad una riflessione ragionata, ritenevano il revamping una nuova costruzione, il Consiglio di Stato lo considera un semplice ammodernamento. Contro i primi tutti gli altri soggetti pubblici coinvolti: l’ente che avrebbe dovuto opporvisi, il Parco Colli Euganei, che in cambio di un milione di euro per sistemare le frane nei colli, ha accolto il revamping, con insignificanti correttivi, assieme al Soprintendente ai beni culturali e paesaggistici del Veneto Ugo Soragni, alla Regione Veneto guidata dal governatore leghista Luca Zaia, alla Provincia di Padova, al Comune di Monselice (sindaco l’azzurro Francesco Lunghi), alla maggioranza dei 15 comuni dell’area collinare, inizialmente contrari al progetto, ma poi “convertiti sulla via di Italcementi”.

Un paesaggio di rara bellezza, dunque, la cui conservazione e tutela è rimossa dagli amministratori veneti, disposti ad abdicare alla sua valorizzazione in nome della produttività e della conservazione del lavoro. Accanto a loro le organizzazioni sindacali di categoria, in prima fila la CGIL della segretaria generale Camusso che in una sortita veloce in cementeria qualche mese fa ha optato per la salvaguardia del problema occupazionale, sposando così la tesi dell’azienda secondo cui il nuovo forno verticale sarebbe «altamente efficace, competitivo e all´avanguardia sul fronte della tutela ambientale».

Così, mentre l’Unione Europea multa i comuni italiani per la mancanza di azioni efficaci a contenere o diminuire l’inquinamento da Pm 10, i tre impianti sputano nell´aria in un arco di otto chilometri in un anno ben 1.700.000 tonnellate di anidride carbonica, 170 tonnellate di polveri sottili, con leucemie e tumori in aumento, in una percentuale superiori del 30 per cento alla media nazionale. Nel registro E-PRTR (registro europeo delle emissioni e dei trasferimenti di sostanze inquinanti) che si basa sulle dichiarazioni fatte dalle aziende, Italcementi dichiara di aver emesso nel 2008 tonnellate e tonnellate di sostanze pericolose per la salute umana: Benzene 4,14 t, Biossido di Carbonio 834.000 t, Mercurio e composti (espressi come Hg) 22,9 Kg, Ammoniaca NH3 14,4 t, Ossidi di Azoto (NOx – NO2) 1880 t, Bifenil policlorurati (PCB) 889 g, Ossidi di azoto (SOx – SO2) 527 t. Poca cosa, dunque, per amministratori e sindacato.

Paradossale, inoltre, che mentre la produzione annua pro capite di cemento del Veneto diminuisce sempre più passando dai 1200 kg del 2004 ai 700 del 2010, Italcementi progetti un revamping da 160 milioni di euro mettendo così in mora un intero territorio che nell’arco di appena 8 km dovrà sopportare un mega forno che brucerà 110.000 t/a di Pet-coke, la cui pericolosità è ormai riconosciuta, ed altri rifiuti speciali utilizzati come sostitutivo alle materie prime: si prevedono 267.000 t all’anno di gessi chimici, ceneri pesanti provenienti da combustione di rifiuti solidi urbani e CDR, fanghi e polvere di segagione marmi, sabbie esauste di fonderia, scorie di acciaieria, etc. Senza contare la ricaduta nei prodotti agroalimentari della zona, sollevata di recente dall’eurodeputato Andrea Zanoni al parlamento europeo.

Infine un dato economico-finanziario: la multinazionale del cemento, che vanta 59 cementerie e 350 centrali di calcestruzzo in tutto il mondo, nel 2011 ha avuto un utile netto di 91,2 milioni di euro contro i 197, registrati appena un anno prima. L’utile per azione è crollato, nello stesso periodo, da 0,183 euro a 0,007 euro. In questo investimento l’azienda dovrà, per ottenere dei profitti, ammortizzare almeno 20 milioni di euro l’anno. Coi tempi di grave crisi del mercato del cemento è difficile pensarlo, anche per i più sprovveduti o ottimisti dei previsori. Ed Italcementi si può accusare di tutto fuorché di essere sprovveduta nelle sue analisi economiche. Fondato, quindi, per questo, il timore degli ambientalisti che temono l’utilizzo, al fine di garantire un profitto dall’investimento, del combustibile da rifiuto nel processo produttivo.

Tre infine le considerazioni più importanti: una riguarda la classe politica ed amministrativa locale irresponsabile e, soprattutto, inadeguata politicamente e culturalmente ad accogliere la sfida posta dalla crisi del settore che anche in loco registra una diminuzione della produzione del cemento pari al 40%. Nessun coraggio o cambio di paradigma circa la programmazione condivisa col territorio verso una conversione ecologica di queste produzioni. La seconda considerazione riguarda il ceto imprenditoriale, incapace di mettere la propria esperienza al servizio di nuovi progetti, investendo in produzioni sostenibili ed innovative. La terza riguarda il sindacato schierato in prima fila in difesa del revamping e convinto oppositore degli ambientalisti. In questo caso l’arretratezza culturale dei suoi dirigenti va di pari passo alla difesa corporativa di un ceto operaio il cui posto di lavoro è minacciato da crisi e delocalizzazione dell’assetto produttivo. Certo è facile parlare di ambiente ma è difficile farlo capire ad operai che rischiano di perdere il lavoro. Ma questo è l’unico percorso ipotizzabile. Ecco perché i Comitati parlano di alternative economiche possibili che non danneggino l’ambiente, alternative all’attuale devastazione del paesaggio e della salute.

Il Veneto non è solo una summa inquietante di paesaggi feriti da cementificazione e capannoni, sconta anche una classe dirigente inadeguata ed incapace di pensare il bene comune.