Acqua pubblica, la truffa infinita. Pubblicata l’attesa sentenza del C.d.S.

Ormai scippare referendum è diventato lo sport più amato da certa politica politicante e, ahinoi, anche da quella parte di magistratura che ama flirtare con i potentati economici e finanziari del Belpaese.

Questa storia, però, a differenza della vicenda voucher,  riguarda un referendum celebrato e vinto, quello sull’acqua pubblica del 2011.

A leggere le 17 cartelle della sentenza  che la sesta sezione del Consiglio di Stato ha pubblicato il 26 maggio u.s., viene la pelle d’oca. Perché riproponendo l’impianto ideologico che fu già del TAR Lombardia di legittimare come costo quello che è in realtà un profitto, i giudici di Palazzo Spada sembrano voler dire l’ultima parola sulle modalità di gestione di acqua e servizi pubblici locali (s.p.l.) nel nostro Paese, non concependo null’altro al di fuori delle logiche del mercato e del profitto. Così, per la seconda volta, i referendari si sono visti respingere il loro ricorso contro il Metodo tariffario transitorio (MTT) che, seppure in via surrettizia, ha reintrodotto in tariffa la componente tariffaria di profitto abrogata dai referendum del 12 e 13 giugno del 2011.

Prima di continuare, ripercorriamo le tappe salienti di questa triste vicenda, che ha tutto il sapore (e la sostanza) di una maxitruffa perpetrata ai danni di milioni di concittadini (ma anche dell’ambiente, del diritto e della democrazia tout court), convinti che bastasse un referendum per escludere dalla mercificazione acqua e s.p.l., per escludere la finalità di lucro dalla loro gestione.

 

1- L’obiettivo dei referendum del 2011

Il metodo tariffario c.d. “normalizzato” (MTN) pre-referendum, consentiva ai gestori del servizio idrico integrato (s.i.i.) di caricare in tariffa, insieme ai costi di esercizio e a quelli di investimento, anche qualcosa che costo proprio non era, e cioè la remunerazione del capitale proprio investito, dunque, un utile, che il D.M. del ’96  quantificava in una percentuale fissa del 7% del valore dell’investimento. Decisamente un bel regalo ai gestori, esattamente come accade in tema di concessioni di sfruttamento di acque sorgive, litorali costieri, parchi naturali, fino ai contestatissimi giacimenti di idrocarburi…

Ebbene, i referendum del 2011 intendevano porre fine a questa vera e propria rapina di patrimonio collettivo, per riportarlo sotto il controllo e la gestione delle comunità locali. A cominciare proprio dall’acqua, bene comune per eccellenza, nonché “diritto inalienabile di ogni essere umano”.

E che fosse proprio questo l’obiettivo dei referendum, lo rivelava il combinato disposto dei due quesiti: l’abrogazione del riferimento normativo al criterio dell’adeguata remunerazione del capitale investito (oggetto del 2° quesito), coniugata con la cancellazione della norma che, in tema di affidamento, privilegiava le gestioni private a scapito di quelle in house, cioè pubbliche (oggetto del 1° quesito), avrebbe reso il servizio idrico poco “appetibile” ai privati, estromettendoli così dalla gestione. Obiettivo che, d’altra parte, ebbe il placet della Consulta: ammettendo i due quesiti al voto (c.d. giudizio di ammissibilità), riconobbe come perseguibile (pur alla luce dei dettami della scienza economica dominate, verrebbe da aggiungere), l’intendimento dei referendum di “rendere estraneo alle logiche del profitto il governo e la gestione dell’acqua” (Corte Costituzionale, 26.1.2011, n. 26).

Peccato che le rivoluzioni difficilmente si realizzino per via referendaria o, peggio, per decreto… Così, quell’esaltante e straordinaria vittoria di popolo (puntualmente confermata dal d.P.R. 18 luglio 2011, n. 116), dovette subito fare i conti con un vero e proprio gioco al massacro posto in essere da Autorità d’ambito e gestori, sindaci e partiti politici, Autorità di vigilanza e fin’anche governi del Paese, a sottolineare il grumo di interessi che quei referendum avevano toccato. Si, perché quella innescata dai referendum era una vera e propria rivoluzione: con un volume di affari del solo comparto idrico che sfiora gli 8 miliardi di euro annui (che arrivano a 33 se si considerano gas ed energia), ogni spiegazione diventa superflua. Tanto più se oggetto della disputa sono beni o monopoli naturali (come acqua e s.p.l., appunto), la cui mercificazione offre occasioni e margini di profitto che i processi di finanziarizzazione di un’economia in crisi non sono più in grado di assicurare.

 

2- Il burattinaio Monti riporta il profitto in bolletta

Inutile dire che, chi eccelse in questa poco dignitosa gara fu, manco a dirlo, l’ex commissario U.E. e neo presidente del Consiglio, Mario Monti che, fiutato il “pericolo” per i gestori,  si affrettò -con due semplici mosse- a sterilizzare il voto popolare: prima traslando sull’AEEG (Autorità per l’energia elettrica e il gas) le competenze del preesistente organismo di vigilanza sui servizi idrici e poi, nel luglio 2012, attribuendo alla stessa il compito di predisporre  un (nuovo) Metodo tariffario transitorio  (MTT) per la determinazione della tariffa del servizio idrico integrato.

In questo modo, poco appariscente all’opinione pubblica, Monti portò  il servizio idrico sotto il controllo di un ente che operava con logiche di mercato, sì da assimilare l’acqua a qualsiasi altra merce. “La scelta di Monti fu un regalo ai gestori...” -ebbe a dire  Roberto Passino, ex presidente del Conviri (l’organismo pubblico di cui l’AEEG aveva preso il posto)- “l’Autorità non aveva competenze in materia e si rivolse alle risorse interne di Federutility (l’associazione dei gestori, oggi Utilitalia), roba da Paese delle banane” .

Insomma, il controllore chiese lumi al controllato (e da questi viene pure stipendiato, sic!) e il metodo tariffario che di lì a poco ne scaturì (deliberazione AEEGSI n. 585/2012/R/IDR del 28 dicembre 2012) non lasciava adito a dubbi: l’abrogata  voce tariffaria “remunerazione del capitale” formalmente  spariva ma solo per celarsi sotto la voce “costo della risorsa finanziaria”. La quale ultima, come ognuno sa, corrisponde al costo dell’investimento, e cioè gli interessi pagati alle banche per il prestito ottenuto. Invece, sotto quella voce, il metodo AEEG celava la misura forfetaria del guadagno (dunque una remunerazione) che il gestore avrebbe percepito se avesse investito il denaro in BTP o in altri comparti di investimento. Così, la tariffa sarebbe stata accresciuta non da una spesa effettivamente sostenuta ma da un profitto mascherato da costo! Insomma, grazie al nuovo metodo tariffario, il capitale del settore idrico, post referendum, sarebbe stato remunerato con lo stesso modello teorico, le stesse formule di dettaglio e gli stessi parametri utilizzati dall’Autorità per gli altri settori di sua competenza!! Non solo, sulla tariffa finivano per gravare tutta una serie di balzelli, come gli oneri fiscali (vale a dire le imposte che il gestore deve pagare sugli utili) e il FONI (cioè i contributi a fondo perduto per futuri investimenti) che, a giudizio dei comitati, rompevano il vincolo di corrispettività (Consulta, 26/11) tra quanto tariffato e costi effettivamente sostenuti. Insomma, una vera e propria truffa, che faceva addirittura rimpiangere il vecchio metodo tariffario normalizzato (pre-referendum) col suo 7% di remunerazione fisso (dal momento che col nuovo era possibile addirittura superarla, a partire da un minimo di 6,4%!!).

Osservazioni e doglianze che ritroviamo puntualmente nei ricorsi mossi dal Forum nazionale al TAR della Lombardia e poi, visto l’esito negativo, in appello al C.d.S.

 

3- La centralità della questione tariffaria (e del profitto)

A questo punto, una domanda si impone. Se obiettivo di Monti era disinnescare la mina referendaria, perché agire prioritariamente sul profitto (e cioè sulla cancellazione dell’esito del 2° quesito referendario), anziché sui processi di privatizzazione?

Ovvio. Perché  è la persistenza di un profitto garantito in tariffa a trasformare acqua e s.p.l. (beni comuni) in merce; è la persistenza di un profitto garantito in tariffa la pre-condizione per consegnare al grande capitale finanziario, accumulatosi in anni di fortissime sperequazioni, tutto il comparto dei beni comuni, e ciò in piena sudditanza con le politiche della troika… (di cui Monti è stato, insieme, ispiratore e fedele servitore);  è la persistenza di un profitto garantito in tariffa a trasformare i sindaci in interessati azionisti e metterli così di traverso ai processi di ripubblicizzazione, con tanti saluti ai referendum… E potremmo continuare.

Insomma, a poco sarebbe servito in quella fase ripristinare la sostanza del 1° quesito referendario (e cioè spingere sull’acceleratore delle privatizzazioni), come incautamente fece il suo predecessore Berlusconi,  se PRIMA non fosse stato messo in sicurezza il profitto!   E Monti, con le due semplici mosse di cui sopra, gli costruì intorno una gabbia di ferro!!

Tanto più che, con una opinione pubblica ancora fortemente motivata (non era trascorso nemmeno un anno dai referendum…), coi comitati sul piede di guerra (era il tempo delle lettere-diffida, primo passo della futura Obbedienza civile…), quanto tempo ancora avrebbero retto i gestori, arroccati nelle loro fragili argomentazioni (gli effetti abrogativi non avrebbero toccato il DM del ’96 e comunque, a loro dire, la vigenza dell’art. 170 del D.lgs.152/2006 consentiva loro di continuare indisturbati a far profitti fino ad emanazione del nuovo metodo…), se il tecnico-bocconiano non fosse corso in loro soccorso (con l’AEEG e il suo metodo tariffario-truffa)?

Poco, se prendiamo per buono il parere 267/2013 del Consiglio di Stato (25 gennaio 2013) che, facendo tabula rasa delle argomentazioni opposte da gestori e Aato ai furenti attivisti, affermò che, a far data dal 21 luglio 2011, la persistenza in tariffa dell’abrogata componente tariffaria remunerazione… è illegittima (di qui, lo scotto della restituzione-farsa della remunerazione incassata indebitamente dai gestori nei 5 mesi post-referendum)!

Certo, col senno del poi e un po’ di malizia (nemmeno poi tanta), si potrebbe dire che il parere del C.d.S. (peraltro richiesto dalla stessa AEEG in fase di elaborazione del suo MTT) fu  (allora) favorevole ai comitati perché era già pronta la polpetta avvelenata del nuovo MTT (28 dicembre 2012), che, riportando in tariffa il profitto, tolse dall’impasse i gestori, permettendo loro di continuare indisturbati a fare profitti sull’acqua! E tanti saluti ai referendum, ovviamente…

 

4- Le responsabilità del Forum nazionale (l’Obbedienza civile)

Nel momento forse più difficile e drammatico dell’intera vicenda referendaria, che coincise con l’entrata in vigore del Metodo tariffario transitorio (MTT), l’Obbedienza civile (vale a dire la campagna di autoriduzione delle bollette dell’acqua della componente tariffaria di profitto abrogata dal 2°quesito referendario e mai eliminata dai gestori), che pure era stata concepita per contrastare quell’esito[1] fu, dopo un incerto avvio e per motivi diversi, abbandonata dalla stragrande maggioranza dei comitati. I quali, inutile dirlo, si privarono così di un importante e formidabile strumento di lotta. Né fu sostenuta dal Forum nazionale, che finì, anzi, per assecondare quella sciagurata scelta.

Risultato: in assenza di strategie alternative, il nodo del profitto  fu abbandonato a se stesso. Così, la questione tariffaria, di cui Monti aveva intuito la centralità e portato alle estreme conseguenze, seguì la stessa sorte dell’Obbedienza civile: rimossa quest’ultima fu rimossa anche la prima, in una sorta di riflesso condizionato!

La messa in sicurezza dell’utile di gestione, consentì a Monti di aprire una vera e propria prateria ai processi di privatizzazione. Che Matteo Renzi invase con politiche e provvedimenti tristemente noti, quali Spending review, Sblocca Italia, fino ai famigerati Decreti Madia. Con l’obiettivo, dichiarato, di fare delle quattro grandi multiutilities  italiane (IREN, HERA, A2A, ACEA) gli assi pigliatutto (delle ex partecipate) in grado di competere sul mercato mondiale.

Altra storia, invece, è quella scritta da quei pochi comitati (quello di Padova e prov., Pistoia, Arezzo, fino a Latina) che, ostinatamente e con sforzi encomiabili, hanno creduto nella (e praticato la) Obbedienza civile.

Essa ha consentito di focalizzare l’attenzione degli attivisti e degli utenti sulla tariffa del servizio idrico integrato, per farne oggetto di un continuo contenzioso col gestore; sul metodo tariffario idrico (MTI) dell’AEEGSI, responsabile dei continui incrementi delle bollette (dal 2011 a oggi, a Padova è cresciuta del 42%), sulla % da detrarre a titolo di profitto (attualmente, per le bollette fatturate da AcegasApsAmga-gruppo HERA al 17,5% ). Ma anche di combattere e vincere battaglie parallele, come quella sui rimborsi della tariffa depurazione (che, sempre a Padova, ha coinvolto 3.538 utenti per un totale di oltre tre milioni di euro rimborsati). E potremmo continuare…

  Ma, sicuramente, il risultato  più straordinario dell’Obbedienza civile è quello di aver tessuto una rete larga di utenti, consapevoli che l’attuazione dei referendum non può che muovere dal basso, dal contributo di ciascuno alla battaglia collettiva e, per questa via, di tenere alta, in questi anni, l’attenzione sul problema dell’acqua e dei beni comuni cittadini… Laddove, in sua assenza, il comune destino di tanti comitati è stato quello di condannarsi all’estinzione. Insomma, questa forma di lotta si è rivelata una delle più straordinarie forme di democrazia partecipativa dopo l’esperienza referendaria.

L’ultima iniziativa, ancora in progress, promossa dal comitato padovano, è una Proposta di delibera consiliare di iniziativa popolare per la modifica della Carta del servizio i.i. di Acegas-Hera contro l’interruzione del servizio per morosità. All’orizzonte, infine, la questione dello scorporo del s.i.i. da Hera s.p.a., per farne (in linea col dettato referendario) un’azienda speciale consortile, monoservizi e senza scopo di lucro.

 

5- La sentenza del Consiglio di Stato.

E rieccoci, finalmente, al punto dal quale siamo partiti e cioè alla recentissima sentenza del C.d.S., perché chiude il cerchio del nostro ragionamento.

Le cui argomentazioni, in estrema sintesi, ruotano attorno all’assunto (tutto ideologico)  secondo il quale l’impiego di capitale proprio non possa non beneficiare di un “riconoscimento tariffario” e che tale riconoscimento sia da qualificarsi a tutti gli effetti come costo. Tant’è -proseguono i giudici- che è proprio questa la dizione usata dalla scienza economica, quando, riferendosi al c.d. «costo-opportunità» o «costo-implicito», lo definisce come “il  valore del mancato impiego del fattore produttivo in altra attività comunque profittevole”. Cosicché, stante il principio del full cost recovery, a garanzia dell’integrale recupero in tariffa dei costi sostenuti dal gestore, per i giudici di Palazzo Spada (confortati dal giudizio del collegio peritale cui avevano chiesto lumi) “le formule e i parametri (utilizzati dal MTT) diretti a calcolare il tasso di interesse di riferimento e la componente di copertura della rischiosità rientrano nei limiti di attendibilità e di ragionevolezza del settore tecnico-scientifico dell’economia industriale…”

Ergo, la metodologia tariffaria adottata dall’AEEGSI nella delibera n. 585/2012 è pienamente compatibile con l’esito del referendum” (sic!).

 E tuttavia, viene da chiedersi, come mai nel metodo tariffario precedente (quello normalizzato) non figurava questa componente di “costo” su cui il MTT tanto insiste e che i giudici amministrativi di 1° e 2° grado legittimano? Se esso -come sostengono AEEGSI e giudici-  è cosa diversa dall’abrogata remunerazione del capitale, perché mai i gestori vi avrebbero rinunciato negli anni della sua vigenza? E come sarebbero giunti all’integrale copertura dei costi (full cost recovery) con un ammanco sì rilevante?

Molto più semplice, invece, la spiegazione secondo cui questo “costo” finisce col coincidere proprio con l’abrogata componente di profitto, come da anni sostengono gli autoriduttori delle bollette dell’acqua, per cui  corretta e sacrosanta la loro Obbedienza civile!!

 

6- Conclusioni

 Ma, al di là dei tecnicismi (che poi tanto non sono, come si vede), questa sentenza -a 6 anni dai referendum del 2011, durante i quali, in un modo o nell’altro,  i gestori si sono sempre sottratti ai suoi effetti-  nel confermarci quanto solido fosse il cordone sanitario costruito da Monti per blindare il profitto in tariffa, rimette drammaticamente al centro della vicenda referendaria ma non solo, il nodo della questione tariffaria e del profitto.

Perché -come l’ex bocconiano aveva intuito-  è proprio qui la chiave di volta di quel potente sistema politico, affaristico e mafioso –che ha nell’AEEGSI il suo braccio armato (e nei giudici, ahinoi gli umili servitori)- per il quale acqua e s.p.l. sono e saranno sempre merci!!

 Riuscirà, il Forum nazionale (e i residui comitati afferenti) a prenderne finalmente atto? Perché eludere, una seconda volta, questo nodo, magari trincerandosi dietro qualche apprezzabile ma isolato risultato  che temiamo poco inciderà nell’economia complessiva del potente disegno di privatizzazioni e fusioni in atto (che, anzi, da questa sentenza ne risulterà incoraggiato) o, peggio, considerarlo di pertinenza di quella sparuta schiera di autoriduttori,  sarebbe un secondo imperdonabile autogol.

Ma, intanto, i comitati autoriduttori andranno ad una difficile trattativa coi gestori che, ringalluzziti dalla sentenza del C.d.S., non vedono l’ora di riprendersi anche quel poco di profitto che, in questi anni di Obbedienza Civile, centinaia e centinaia di ostinati utenti, hanno, legittimamente e civilmente, sottratto loro. E allora, perché non cominciare da un comunicato, sottoscritto dal Forum e dai comitati tutti, nel quale, ribadito l’alto valore civile e politico dell’Obbedienza Civile, quale pratica di difesa sociale e democratica dell’esperienza referendaria, si rivendichi il diritto degli “obbedienti” a vedersi sanate le quote pregresse di autoriduzione?

Non sappiamo, al momento in cui scriviamo, come si chiuderà questa partita.

Di sicuro, gli autoriduttori venderanno cara la pelle, convinti come sono che, chiuso un fronte di lotta, se ne aprirà un altro, magari (e finalmente) per delegittimare, una volta per tutte, quella sedicente Authority, corpo veramente estraneo alla filosofia referendaria. Perché, quella in corso, non suoni retorico, è veramente una battaglia di civiltà.

Alessandro Punzo

 

 

 

 

[1] In realtà fu lanciata dal Forum nazionale già a fine 2011, quando apparve chiaro che non vi era alcuna volontà di procedere al ricalcolo della tariffa, espungendo la componente tariffaria remunerazione del capitale… ormai illegittima.

 

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