IL Forum Acqua (FIMA) a difesa dell’appello di D. Maraini: “Salviamo l’acqua pubblica dai privati”

Come movimento per l’acqua sentiamo l’esigenza di prendere parola a seguito delle esternazioni con cui M. Taradash ha attaccato pesantemente Dacia Maraini e i contenuti del suo appello “Salviamo l’acqua dai privati” pubblicato il 1° Maggio da Il Corriere della Sera.

Esprimiamo la nostra più sentita solidarietà a Dacia Maraini per l’inammissibile insulto profuso da Taradash che l’ha apostrofata come “intellettuale incivile” riservandosi di tornare presto sulle ragioni di tale definizione.

In realtà appare evidente come in questo modo si tenti di approfittare della notorietà della scrittrice per provare a riportare in auge una narrazione, sconfitta già 9 anni fa con i referendum del 2011, che punta a mistificare la realtà rispetto alla gestione dell’acqua in Italia.

Le drammatiche giornate che stiamo vivendo e la rapidità con cui sta evolvendo la situazione ci dovrebbero imporre una riflessione su come la pandemia e la crisi economico sociale, che ne è diretta  conseguenza, minaccino fortemente il godimento di alcuni diritti fondamentali.

Il merito di Dacia Maraini, a maggior ragione in questo contesto, è stato quello di aver rimesso al centro del dibattito pubblico il tema della garanzia di un diritto umano fondamentale, ossia il diritto all’accesso all’acqua.

A parere di Taradash, invece, questa è stata una colpa imperdonabile. Il metodo utilizzato non è stato dei più eleganti avendo scelto il discredito di una stimata scrittrice e il lancio di una sorta di campagna di boicottaggio de Il Corriere della Sera resosi responsabile di aver dato spazio a “fandonie”.

Ci permettiamo di ricordare a Taradash che le cosiddette “fandonie” espresse da Maraini sono quei temi per cui circa 27 milioni di persone sono andate a votare contro la privatizzazione dell’acqua in occasione dei referendum del 12 e 13 giugno 2011, garantendo così che la maggioranza assoluta del popolo italiano vincesse una straordinaria battaglia di democrazia e civiltà.

Ci interessa anche confutare le affermazioni con cui Taradash, evidentemente allineato a una narrazione dominante vecchia di oltre vent’anni, prova a giustificare il suo livore.

Per ironia della sorte sono gli stessi argomenti che le multinazionali dell’acqua hanno utilizzato in diverse occasioni (Forum internazionali e Giornate Mondiali dell’Acqua) per rispondere ai movimenti sociali. Ma non c’è mistero. L’ideologia è la stessa.

  È evidente e noto a tutti che la proprietà del bene acqua è pubblica e non cedibile, anche se poi il meccanismo delle concessioni (dall’acqua minerale alla produzione di energia idroelettrica) spesso mette a repentaglio il suo utilizzo per finalità pubbliche.

In ogni caso, la privatizzazione è in primo luogo la gestione a fini privatistici del servizio idrico, che è in corso ormai da 25 anni. Dalla metà degli anni ’90 alla gestione svolta da soggetti di diritto pubblico (Aziende speciali, Consorzi tra Comuni) si sostituisce progressivamente la gestione tramite società di capitali, in particolare S.p.A., che, com’è noto, sono soggetti di diritto privato e, come recita il codice civile, vengono costituite “per l’esercizio in comune di una attività economica allo scopo di dividerne gli utili”.

È qui che si passa da un’idea di servizio pubblico, finalizzato al soddisfacimento degli interessi collettivi e imperniato su una logica economica di pareggio costi-ricavi anche con il ricorso alla fiscalità generale, ad un’impostazione mercantile, che assume come priorità la realizzazione del profitto e si finanzia con le tariffe e il ricorso al mercato e alla Borsa.

È qui il discrimine e il passaggio di campo, che porta i sevizi presunti “a rilevanza economica” a differenziarsi dagli altri servizi pubblici che garantiscono fondamentali diritti di cittadinanza, come sanità, istruzione, sicurezza.

D’altra parte, i dati ISTAT sulle perdite delle reti idriche sono impietosi: nel 2015 si attestano al 41,4% a livello nazionale (47,9% il tasso di “dispersione” fotografato nel 2019). È evidente che più che allo stato delle reti, si è guardato all’andamento delle azioni.

In questo senso sono quanto mai esplicite anche le conclusioni che si evincono dallo studio dei bilanci dal 2010 al 2016 delle “4 grandi sorelle” (IREN, A2A, Hera e ACEA), società per azioni multiservizi quotate in borsa.

La prima è che, nei 7 anni indicati, queste aziende producono utili rilevanti e ne distribuiscono la grandissima parte: in termini cumulati, IREN, A2A, Hera e ACEA dal 2010 al 2016 realizzano utili per 3 miliardi di EUR e 257 milioni di EUR e distribuiscono dividendi per 2 miliardi di EUR e 983 milioni di EUR ai soci pubblici e privati, pari al 91% degli utili!

La seconda è che il margine operativo lordo, la cosiddetta “ricchezza” prodotta, è in forte crescita (passa dal 17,4% rispetto al totale dei ricavi nel 2010 al 24,6% nel 2016), soprattutto in questi ultimi anni, dal 2014 al 2018, non a caso da quando, a partire dal servizio idrico, si è arrivati alla nuova regolazione tariffaria di ARERA che, in spregio ai risultati referendari, garantisce certezza e incremento di profitti. E questa crescita va in primo luogo ad alimentare i profitti, visto che – e questo è un altro dato di grande importanza – l’incidenza degli investimenti realizzati rispetto al margine operativo lordo cala progressivamente sempre più, passando dal 58,6% nel 2010 al 40,2%  nel 2016. Il sostegno alla politica della distribuzione di forti dividendi in tutti questi anni ha fatto sì che queste aziende hanno una situazione di indebitamento decisamente alto, praticamente pari al proprio patrimonio netto e con valori elevati anche rispetto al margine operativo lordo.

E’ questo il processo di finanziarizzazione che interessa anche queste aziende, il fatto cioè di operare in modo consistente nel mercato dei capitali e quindi di dover essere molto sensibili al corso azionario, che diventa così la variabile strategica delle scelte delle aziende stesse.

   Da oltre 15 anni, come movimento per l’acqua, c’impegniamo in quella che riteniamo essere una battaglia di civiltà, accomunati dalla consapevolezza dell’importanza dell’acqua come bene comune e diritto umano universale, dalla necessità di una sua salvaguardia per l’ambiente e per le future generazioni, dalla determinazione per una gestione pubblica e partecipativa dei servizi idrici.

La straordinaria partecipazione alla campagna referendaria del 2011 è stato il segnale di quanto la sottrazione dell’acqua alle logiche di mercato e di profitto abbiano suscitato interesse nell’opinione pubblica e pertanto come questa avrebbe dovuto segnare un punto di svolta.

Purtroppo la crisi sistemica nel nostro Paese si innesta dentro un profondo degrado delle istituzioni e della democrazia e dentro un altrettanto profonda frammentazione delle relazioni sociali.

I diritti vengono sempre più logorati anche mettendo sotto attacco gli enti locali e la democrazia di prossimità, senza la quale ogni legame sociale diviene contratto privatistico e la solitudine competitiva l’unico orizzonte individuale.

D’altra parte la crisi idrica sta facendo emergere le responsabilità di un sistema di gestione caratterizzato da una decennale mancanza di pianificazione e investimenti infrastrutturali perché piegato ad una logica monopolistica e privatistica che punta esclusivamente alla massimizzazione del profitto. Inoltre si è evidenziato come tale sistema sia andato a sovrapporsi al fenomeno del surriscaldamento globale e dei relativi cambiamenti climatici impattando negativamente sulla disponibilità dell’acqua per uso umano, sull’agricoltura e più in generale sull’ambiente.

Siamo convinti, altresì, come l’attuale emergenza sanitaria dimostri il totale fallimento del modello economico dominante che ha anteposto gli interessi della finanza ai diritti delle persone, ossessionato dal pareggio di bilancio, fondato sulla priorità dei profitti d’impresa, sulla preminenza dell’iniziativa privata e su una forte spinta alle privatizzazioni oltre che su un’errata allocazione delle poche risorse disponibili riducendo quelle a sostegno dei servizi essenziali.

Sentiamo forte l’esigenza che si sviluppi un onesto dibattito pubblico su questi temi in grado di mettere a nudo le contraddizioni della crisi e del tempo che viviamo.

In conclusione, a nostro avviso, è imprescindibile compiere una salto di qualità che Taradash evidentemente non riesce a fare, ancorato a posizioni che non fanno i conti con la realtà.

Salto di qualità di cui invece Dacia Maraini ha colto a pieno l’urgenza e il suo appello lo dimostra compiutamente.

Viviamo tempi straordinari e si tratta di attrezzarci di conseguenza per liberare il presente e riappropriarci del futuro, consapevoli che il tempo è ora.

 

Roma, 15 maggio 2020                                          Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

 

Al segg. link l’articolo di Dacia Maraini

https://www.corriere.it/cronache/20_maggio_02/salviamo-l-acqua-pubblica-privati-c26d961e-8ca2-11ea-9e0f-452c0463a855.shtml

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