Inquinare è gratis. Anzi, di più: un vero business. Un rapporto del Climate Action Network denuncia l’imbroglio del sistema Ue sullo scambio di quote di emissione

“Carbon Fat Cats” è il nome che gli ambientalisti del Climate Action Network hanno scelto per il loro studio. Nome che richiama quei grossi e grassi gattoni di casa che se ne stanno in panciolle sul divano tutto il santo giorno, preoccupandosi solo di dormire e rimpinzarsi di crocchette al salmone. Un paragone senza dubbio divertente ma che non calza sino in fondo, perché, quanto meno, questi tranquilli animali non creano danni all’ambiente e non condizionano la politica energetica europea. Come invece fanno le industrie ad altro consume energetico che sono le vere protagoniste del rapporto. Industrie che sono riuscite a ribaltare a loro vantaggio un sistema europeo come quello dello “scambio di emissioni” (Ets) che era stato studiato proprio per incentivare l’uscita sia pur graduale dai fossili, sotto il principio di “chi più inquina, più paga”.

Ricordiamo brevemente che l’Ets è stato approvato dall’Unione Europea sotto la spinta di Cop 21, ai fini di contrastare la produzione di gas climalteranti e rientrare sotto la famosa soglie dei 2 gradi di aumento della temperatura rispetto ai tempi pre industriali. L’idea dei legislatori europei è stata quella di aprire una sorte di mercato libero dell’inquinamento che doveva funzionare così: stabilito un tetto limite per ogni categoria di industrie, chi inquina di meno può vendere le sue “quote” di emissioni risparmiate a chi inquina di più che deve così acquistarle. Questo meccanismo avrebbe dovuto incentivare le industrie più energicamente insostenibili a convertire la loro produzione in una filiera verde, a bassa emissione di carbonio, se non per amore dell’ambiente, perlomeno per una questione economica. 

Tutti buoni propositi rimasti sulla carta. Il costo delle quote determinato dal mercato libero è stato talmente basso da non essersi rivelato di nessun stimolo per avviare produzioni meno climaticamente impattanti. Ma non solo. I Governi europei, preoccupati, o ricattati, dalla eventualità di possibili delocalizzazioni verso l’Est delle industrie pesanti, hanno varato politiche di defiscalizzazione e deroghe ai tetti di emissione. Deroghe pensate per evitare impatti diretti all’economia locale ma che, con la sempiterna giustificazione della “crisi economica”, si sono trasformate in norme consolidate. Soltanto tra il 2008 e 2015, si legge su Fat Cats, i Governi europei hanno complessivamente regalato circa 143 miliardi di “deroghe gratuite”. In altre parole, da un lato l’Europa chiede alle industrie di inquinare di meno imponendo severe quote limite, dall’altro incentiva defiscalizzando questo inquinamento – senza che, per altro, ci sia un equivalente politica fiscale per le aziende green – e, per non turbare i mercati asfissiati dalla crisi, paga di tasca sua le quote di sforamento. Volete un esempio? E’ come se un vigile ti multasse per un divieto di sosta ma poi pagasse di tasca sua la multa e, in più, ti facesse un forte sconto sul bollo auto!

Un comportamento non solo economicamente ed ambientalmente insostenibile ma anche incomprensibile che si spiega soltanto come un evidente segnale della Comunità Europea di non voler davvero abbandonare i fossili ed avviare una vera transizione verso energie pulite. Segnale ribadito anche dalla recente decisione comunitaria di mantenere i discussi sussidi alle centrali a carbone, compreso quelle vecchie e altamente inquinanti, sino al 2030.

Con queste premessi, inquinare sarà davvero il business del futuro!

 

A questo link potete leggere il rapporto Fat Cats e il suo riassunto

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