“Non torneranno i prati” – lotte territoriali, cambiamenti climatici e ingiustizia sociale – tra i giovani di FFF Vicenza al terzo sciopero globale per il clima

Il nuovo «clima» sociale e politico nel Veneto: la confluenza tra territori e globalità

di Alberto Peruffo«Non torneranno i prati» – presentato in varie occasioni, nei territori del Veneto – è comparso sulla prima linea della grande manifestazione contro i cambiamenti climatici di venerdì 29 settembre 2019, organizzata da Fridays For Future, Vicenza, che ha visto ben 8000 partecipanti, divisi in tre blocchi. È stata una sorpresa anche per noi, quando ci siamo affacciati sul fronte del corteo.

Sottolineo: il concetto NON TORNERANNO I PRATI, nato nel 2014 da una provocazione su un titolo di Ermanno Olmi, è divenuto nel tempo una vera e propria formula/slogan popolare utilizzata in diverse situazioni per evocare l‘ingiustizia sociale e il cambiamento climatico nei territori, come nel caso dei crimini ambientali e paesaggistici istituzionalizzati, di cui Vicenza è esemplare a livello globale. Ecco una breve sintesi dove l’abbiamo applicato:

  1. Alla BASE MILITARE AMERICANA ex Dal Molin, manipolata in Del Din, piantata sopra la falda di Vicenza, già a rischio idrogeologico e oggi pure chimico-biologico, considerando quanto le basi militari contaminano con i PFAS. Non solo, si pensi a quanto le guerre contribuiscono al cambiamento climatico e all’ingiustizia sociale, planetaria: l’Italia investe annualmente 38,2 miliardi di dollari, gli USA 682 miliardi, spese che tutti gli eserciti sostengono periodicamente sottraendoli al bene comune – alla “natura a buon mercato” e alla “natura sociale astratta” di Jason W. Moore – creando disastri in tutto il mondo.
  2. A BORGO BERGA, lottizzazione costruita alle porte di Vicenza nei pressi di una fragilità ambientale conclamata dopo vari eventi alluvionali, violando gli argini del Bacchiglione e del Retrone, perpetrando altre illegalità politico-amministrative comprovate e/o in fase di dibattimento. Per noi, un inno all’illegalità legalizzata, messa all’entrata della Città del Palladio, città della falsa pace e dell’urbanesimo tradito poiché contraddice non solo la iuris locale, ma pure i principi internazionali dell’UNESCO, lo stesso che fa il punto 1, che insieme al punto 3 “saranno messi” sotto inchiesta da ICOMOS, il braccio operativo dell’agenzia internazionale citata, oramai trasformatasi in apparato di marketing transnazionale, come dimostra il recente caso del Prosecco o le conseguenze post-Unesco sulle Dolomiti, sempre più luna park. E sempre in Veneto, siamo. Anzi, in Spannoveneto. La Nuova Terra dei Pfas, amministrata a spanne e monumentalizzata con leoni di ogni genere e tipo, in primis quello in vetroresina di Trissino.
  3. Alla TAV, il «treno ad alta violenza” socioambientale, che viola in più punti le fragilità territoriali che attraversa, non ultime le terre contaminate da PFAS e l’assetto urbanistico della Città di Vicenza e di altri centri urbani, già congestionati da folli attraversamenti tipici del Nordest, terra di nessuno, dove il denaro facile a scapito dell’ambiente e della salute collettiva ha suggellato la morte del comune. Per il profitto del privato, colluso con il pubblico.
  4. Alla SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA, il non plus ultra della devastazione territoriale, un project financing dove vige anche qui la morte del comune, schiacciato dall’alleanza tra pubblico e privato. Una strada davvero immonda di immondizie e turpiloqui paesaggistici di vario genere, che nella zona tra Castelgomberto e Trissino ha distrutto le Poscole – tra cui una parte dell’area SIC, Sito di Interesse Comunitario europeo, violentata nel silenzio assordante degli amministratori locali – e tra Trissino e Montecchio ha corroborato allo sconquasso idrogeologico delle terre intrise di PFAS, scarti di concerie e discariche varie di immondizia e altri materiali mai ben definiti, tra cui le poco celebri “terre nere”.
  5. Al disastro PFAS, con il relativo tubone ARICA, collettore di insani spostamenti periodici verso altrove di problemi nati in loco, dove confluiscono tutti i liquami del comparto industriale della Valle dell’Agno e del Chiampo per via sotterranea, per poi sfociare a Cologna Veneta: qui il liquame nero viene diluito mediante “vivificazione” grazie al canale LEB e all’acqua pulita che arriva dall’Adige. Tutto ciò grazie a un vero e proprio CRIMINE a cielo aperto, istituzionalizzato mediante l’inganno delle parole – vivificare cosa? la propria demenza! – divenuto ora di dominio nazionale per avere portato grandi quantità di PFAS dalla celebre Miteni, oltre a tante altre sostanze tossiche, non trattate come si doveva e si poteva, dalle centinaia di concerie a monte. Oggi ARICA sfocia a Cologna Veneta, domani noi si sa. In queste valli il PIL è proporzionale ai tumori e alla rabbia che si nota nello sguardo delle persone. La civiltà ha affossato se stessa. Un suicidio in atto.

Lateralmente a Vicenza, NON TORNERANNO I PRATI è stato applicato anche all’insano prolungamento della Valdastico A31 – che rovinerebbe per sempre la valle dell’alto Astico – e pure in varie occasioni a Venezia, parlando del MOSEla più grande corruzione nella storia d’Europa – e di GRANDI NAVI: non torneranno i prati e neppure gli orti veneziani finché grandi opere inutili come il Mose e grandi speculazioni come le Grandi Navi saranno istituite nel cuore della città più fragile e bella del mondo, Venezia.

Ritornando allo sciopero di Vicenza, seguendo questo link trovate la cronaca sui giornali locali e alcune foto/video attinte dagli stessi, dal sito facebook di FFF, da CILLSA di Arzignano e da altri fotografi nostri amici e compagni di azione. In calce un articolo di Guido Viale dal titolo: NIENTE SARÀ PIÙ COME PRIMA, comparso su Il Manifesto. Come a dire: NON TORNERANNO I PRATI a meno che non ci alziamo in piedi, if we don’t stand up, come ho scritto nel mio profilo FB il giorno della manifestazione.

NON TORNERANNO I PRATI a meno che non ci ribelliamo capovolgendo l’ordine attuale delle cose, il sistema, come è riportato nei cartelli di FFF: SYSTEM CHANGE NOT CLIMATE CHANGE. Slogan qui da noi comparso per la prima volta davanti alla Miteni il 31 ottobre del 2017 ad opera della Climate Defense Units del Veneto.

I ragazzi di FFF lo stanno facendo. Si sono alzati. Prendendo con sé le istanze dei movimenti territoriali*. Da tempo non succedeva una confluenza così grande di territorialità e globalità. La composizione di forze così molteplici potrà portare a nuovi orizzonti politici, nel senso alto della parola, mai visti prima d’ora.

Buona visione.

Articolo gentilmente tratto da Casa Cibernetica 


*Declinandole a quelle di sistema, come quelle dei super-mercati (in tutti i sensi) e delle multinazionali (Benetton, Eni, non slegate dalle nostra istanze contro la SPV e Mit-eni!). Una vera e propria lotta di sistema. Esemplare la vicenda MITENI: il 21 ottobre parte il processo contro la proprietà multinazionale dell’azienda resa celebre dai PFAS, accusata di “avvelenamento delle acque” su un bacino potenziale di 800.000 persone. E parte grazie a noi, alla pressione del “movimento in movimento”, non certo grazie alle istituzioni correnti, oramai disinnescate, prive della loro passata autorità, costituitasi sulle lotte sociali precedenti. Il 13 di novembre ci sarà infatti il processo contro di noi, per aver bloccato la Miteni. Cvd.

PS A tutti i ragazzi di FFF, tra le mille letture che si possono fare e non fare, consiglio questo libro per cominciare un eventuale percorso di arricchimento sulle lotte sociali e ambientali del passato e del futuro: Giorgio Nebbia, LE MERCI E I VALORI. Per una Critica Ecologica al Capitalismo, Jaca Book 2002. Trovo invece molto utile e fondativo per una nuova critica dei saperi sociali – citato in questo report – il recente saggio di Jason W. Moore, ANTROPOCENE O CAPITALOCENE? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria, Ombre Corte 2017.

Giorgio Nebbia, illustre scienziato di merceologia, bolognese, classe 1926, è scomparso da poco. Sarebbe stato fiero di FFF.

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