Parte Cop25. E parte male. Arriverà peggio?

Parte male, Cop 25. Parte senza uno degli attori principali, responsabile del 14,3% delle emissioni totali di climalteranti: gli Stati Uniti d’America. Non è un mistero che presidente Donald Trump sia un negazionista convinto. Più volte, nella sua campagna elettorale, finanziata dalle multinazionali più inquinanti del paese, ha sottolineato che il “modello di vita americano” non può essere oggetto di trattativa. La sua decisione di uscire dagli accordi di Parigi, e quindi anche dalle Cop, altro non è che una logica conseguenza della sua politica. A Madrid gli Usa faranno solo una comparsata affidata alla speaker della Camera, Nancy Pelosi, che non farà che ribadire le posizioni del suo presidente. Proprio come se gli Stati Uniti d’America si trovassero su un altro pianeta, lontano qualche anno luce, e non su questa nostra Terra colpita da uno stravolgimento climatico globale come il Climate Change. 

Parte male anche dal punto di vista organizzativo, questa Cop. Santiago del Cile, che doveva ospitare i lavori, ha dato forfait per i noti problemi interni (il Governo cileno è impegnato a massacrare i manifestanti che chiedono democrazia) e ha passato all’ultimo momento il testimone a Madrid. L’organizzazione rimane comunque competenza del Cile, ed è tutto da vedere come sono riusciti a spostare in poche settimane tutto il “circo” non soltanto in in altro Paese ma anche in un altro Continente. 

Parte male, questa Cop, proprio quando avrebbe dovuto partire bene. Ci siamo già giocati i famosi “dieci anni di tempo per invertire rotta” assegnati dalle Cop precedenti. L’accelerata che il clima ha preso in questi ultimi anni sono tali da aver convinto anche i negazionisti più irriducibili. Tranne, ovviamente, Trump e la sua ciurma di capitalisti petroliferi e giornalisti venduti che lo sostiene. A nulla sono serviti gli appelli degli scienziati e gli ultimi rilevamenti che hanno sottolineato come il punto di non ritorno sia sempre più vicino. E stiamo parlando del punto di non ritorno per evitare la scomparsa della vita umana sulla terra, perché quello relativo ad una epoca di sconvolgimenti ambientali, e quindi anche sociali, lo abbiamo già oltrepassato da un pezzo. I dati che arrivano dai ricercatori artici fanno paura e si teme l’innescarsi di un effetto domino dalle conseguenze inimmaginabili con lo scioglimento anticipato dei ghiacciai dei poli. 

L’umanità è ad un bivio. E ce lo spiega anche il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres: “Entro la fine del prossimo decennio saremo su uno dei due percorsi: uno è quello della resa, in cui abbiamo il punto di non ritorno, altra opzione è il percorso della speranza, un percorso di risoluzione, sulla strada della neutralità del carbonio entro il 2050”.

Punto fondamentale della Cop sarà quello di mettere in atto tutti meccanismi necessari a mantenere l’aumento della temperatura media del pianeta entro i 2 gradi centigradi e di arrivare al 2050 con un mondo ad emissioni zero. Ma se continua così non ce la faremo mai. Lo afferma senza possibilità di equivoci lo stesso Guterres: “Molti Paesi non stanno rispettando tali impegni. E i nostri sforzi per raggiungere questi obiettivi sono assolutamente inadeguati”. 

Come aiutare, o costringere!, i Paesi partecipanti a rimanere all’interno dei parametri fissati a Parigi, sarà il punto focale di questa Cop. I Governi del mondo dovranno darsi delle regole per rendere operativo il famoso articolo 6, quello dei crediti di carbonio, degli accordi parigini. Non sarà una questione semplice. Sopratutto in un momento come questo in cui il capitalismo – vero responsabile dei cambiamenti climatici – ha occupato i punti chiave del pianeta con marionette del calibro del presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, o del suo equivalente statunitense. Per tacere dei Paesi produttori di petrolio la cui ricchezza e potenza è tutta centrata sul fossile, e che non hanno nessuna intenzione di cambiare rotta. 

Parte male quindi, Cop 25, e rischia di arrivare peggio, pure se solo alla fine dei lavori potremmo dire se ne sarà uscito qualcosa di concreto. Ma quanto meno, gli incontri saranno una occasione per riflettere sul clima e dare spazio mediatico a scienziati ed ambientalisti. D’altra parte, da un pezzo abbiamo chiaro che quello che non fa e non farà mai la politica, lo potranno fare solo i Fridays for Future. Gli unici d aver capito che nei cambiamenti climatici ci siamo già dentro e che il momento per abbattere una economia di rapina ancora artigliata ai fossili à qui ed ora. 

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