Credits: jossdiim © 123rf.com
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Virus e ambiente. Esiste un legame tra pandemia e attività produttive?

di Mario Tozzi – La reazione incontrollata e priva di qualsiasi fonte documentale cui appellarsi di alcuni commentatori nostrani a proposito del legame fra le pandemie e le nostre attività produttive, è il segno più forte e chiaro che le cose stanno proprio così. E che a noi non piace sentircelo dire: non bastava il clima, ci manca solo che anche Covid19 dipenda dai sapiens. Eppure la realtà sembra essere proprio questa: la pandemia in atto dipende dalle azioni scriteriate dei sapiens ai danni dell’ambiente. E non è la prima: anche altri casi recenti, come Ebola, Sars e Zirk, ma pure H1N1 e Mers hanno una radice comune. Gli scienziati partono da una semplice considerazione, che il minimo comune denominatore di tutte queste patologie è indubbiamente la trasmissione animale (zoonosi). Il 70% delle EID (Emerging Infectious Diseases, malattie infettive emergenti) deriva da un’interazione più o meno diretta fra animali selvatici, addomesticati e sapiens.

Ma quali sono i fattori scatenanti e/o aggravanti?

1) Le alte densità di popolazione delle aree urbane: più sapiens concentrati in areali ristretti vuol dire maggiore rischio di contagi. I nomadi cacciatori-raccoglitori di oltre 10.000 anni fa si ammalavano molto meno dei cittadini-agricoltori e non sviluppavano certo epidemie, dispersi com’erano nel territorio e con numeri inferiori. A questo va aggiunta la straordinaria rapidità dei collegamenti internazionali: qualsiasi viventi si sposti, porta con sé tutto il suo corredo microbico.

2) Sta iniziando a essere inquadrabile scientificamente proprio in questi giorni un legame diretto fra diffusione del virus e particelle di condensazione atmosferiche, in pratica l’inquinamento. Non sfuggirà certo che sia la provincia di Hubei, sia, vorrei dire soprattutto, la Pianura Padana sono regioni estremamente degradate dal punto di vista della qualità ambientale in generale e dell’aria in particolare. In Europa non c’è un’altra area così inquinata come la nostra. Una questione su cui c’è ancora da studiare, ma che non andrebbe trascurata.

3) I cambiamenti di uso del suolo e l’intensificazione degli allevamenti intensivi, specialmente in regioni cruciali per la biodiversità, sono fattori che intensificano i rapporti sapiens-fauna domestica-fauna selvatica. Di particolare gravità è la deforestazione, necessario preludio a queste attività, come dimostra il caso del virus Nipah, comparso in Malesia nel 1998, e probabilmente legato all’intensificarsi degli allevamenti intensivi di maiali al limite della foresta, dove cioè si disboscava per ottenere terreni a spese dei territori di pertinenza dei pipistrelli della frutta, portatori del virus. E sia Sars che Ebola sono da ricondursi a pipistrelli, sia cacciati che comunque conviventi con i sapiens nelle aree metropolitane, oltre che a scimmie, preda di bracconaggio e vendita illegale.

Lo spillover (il salto di specie) è sempre possibile, ma viene favorito dove ci sono attività umane che impongono grandi modifiche ambientali, per esempio impiantare allevamenti intensivi e monoculture, come le palme da olio, a spese della foresta tropicale, cioè proprio dove la fauna selvatica è più importante per numero di specie e di individui e dove, di conseguenza, i patogeni sono più presenti e importanti.

4) Il commercio illegale della fauna selvatica è un terzo motivo di preoccupazione, e non deve essere sottovalutato. Nel caso di Covid-19 è il caso del pangolino cinese, le scaglie della cui “corazza” lo rendono ambito dai bracconieri. Fatte di cheratina, come le nostre unghie, secondo diverse superstizioni sarebbero una panacea per molti mali e vengono utilizzate, come le ossa di tigre e il corno di rinoceronte, dalla medicina orientale. Inoltre la carne di pangolino viene considerata da alcune comunità locali una vera e propria prelibatezza: ecco perché oggi questo mammifero, mite e innocuo, è divenuto l’animale più contrabbandato al mondo. In Cina la sottospecie è declinata del 90% dagli anni Sessanta, proprio a causa del commercio illegale. Il genoma del virus rinvenuto nei pangolini (che si suppone essersi sviluppato originariamente nei pipistrelli) è quasi identico al Coronavirus 2019-nCoV rinvenuto nelle persone infette.

Sembra quindi che il commercio illegale di animali selvatici vivi e di loro parti del corpo sia veicolo per vecchie e nuove zoonosi, aumentando il rischio di pandemie i cui contraccolpi sono sotto gli occhi di tutti. In particolare, non è la prima volta che si sospetta che l’ospite intermedio di una malattia infettiva sia un animale vivo venduto in un mercato cinese: circa 17 anni fa, la sindrome respiratoria acuta grave (Sars), è comparsa in un mercato cinese che vendeva civette delle palme.

5) A questo dobbiamo aggiungere la caccia, spinta a livelli insostenibili, e tutta una serie di pratiche tese alla massima resa dei terreni agricoli che impoveriscono la ricchezza della vita e abbattono le difese naturali degli ecosistemi.

6) Varrà anche la pena di ricordare che il cambiamento climatico è un incubatore perfetto per le uova delle zanzare anofeli, che si riproducono oggi a ritmi impressionanti, colonizzando regioni che mai avevano conosciuto prima i deliri della malaria. Lo stesso accade con l’Aedes aegypti, la zanzara che trasmette dengue e febbre gialla, che, già da qualche anno, si spinge fino a oltre i 1300 metri in Costa Rica e, addirittura ai duemila in Colombia, Uganda, Kenya, Etiopia e Ruanda. Il legame fra global change e epidemie sembra già ora di rilievo.

Tutto questo ricade sotto la nostra responsabilità. Fermare la distruzione degli habitat naturali comporta una revisione del nostro modello di sviluppo, solo che stavolta a indicarla non sono i soliti ambientalisti, ma i medici.

 

Tratto da Rinnovabili

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