Mafie a Nordest. Felice Maniero & company, come passare da “Mala” a “Mafia”. 2°parte #CementoArricchito

La prima legge sul soggiorno obbligato risale al 1956 e già nel 1970 Carlo Alberto Dalla Chiesa, in base alla lunga e singolare esperienza maturata in Sicilia, aveva dichiarato in Commissione antimafia, che quella misura di prevenzione si rivelava criminogena, ma il Parlamento fece orecchio da mercante e la eliminò solo diciotto anni dopo, lasciando crescere il fenomeno mafioso sia nel Centronord che in aree prima immuni del Sud: Puglia e Sicilia orientale, ad esempio. Ormai la Mafia del Brenta è acqua passata, ma è pure vero che i “reduci” hanno tentato non solo di ricostituire l’organizzazione, ma anche di progettare tre attentati “eccellenti”: uno contro il capo della squadra mobile di Venezia Alessandro Giuliano; uno contro il dirigente della Digos di Venezia, Diego Parente, ed un altro ancora contro Felice Maniero, perché collaborando con la giustizia aveva fatto incastrare i vecchi compagni di cordata. Il tutto secondo lo stesso filo logico seguito nel Sud dai mafiosi ‘doc’ : colpire i “pentiti” perché traditori della … “causa comune” e i rappresentanti dello Stato che non danno tregua.

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Riprendiamo la conversazione con il professor Enzo Guidotto. In precedenza, avevamo detto che è necessario far capire una volta per tutte, in modo esauriente, la questione dei rapporti della criminalità del Brenta e del Piovese con i mafiosi in soggiorno obbligato e della metamorfosi della “mala” locale in “mafia”. Lei ha citato la relazione della Commissione parlamentare antimafia, che ha fatto un’analisi del fenomeno per sommi capi. Può ricostruire la situazione, sia pure per sommi, ma in termini divulgativi, per fare capire di più e meglio a chi legge come sono andate le cose?

Del modo in cui le relazioni della Commissione vengono elaborate, riviste, ritoccate o rielaborate e poi pubblicate negli atti parlamentari ne so qualcosa: in genere le preparano i consulenti, poi passano ai parlamentari che ovviamente possono ritoccarle, infine vengono sottoposte al Gruppo o alla Commissione per l’approvazione e quindi pubblicate. Ma possono verificarsi degli inghippi…

Di che tipo?

Una volta un consulente presentò la relazione sull’inchiesta svolta in una regione del Nord allegando dei fogli nei quali c’era il contenuto di alcune pagine di un libro del professor Rocco Sciarrone dell’Università di Torino. Lo scopo era stato quello di fornire alla Commissione ulteriori spunti di riflessione per la valutazione del fenomeno in quell’area geografica alla luce dell’analisi di un esperto che l’aveva studiata a fondo. Nella relazione stampata, però, il contenuto di quei fogli si presentava come introduzione della Commissione. La cosa suscitò la giusta reazione del professor Sciarrone ma anche clamore nel mondo dell’antimafia.

Interessante. E la relazione del 1994 che Lei ha citato prima?

È stata fatta bene ma non era e non è – come tutte le altre – destinata al grosso pubblico e non contiene una completa contestualizzazione storica dell’espansione mafiosa nel Centronord e dei danni provocati dalle leggi del 1956 e del 1965 sul “soggiorno obbligato”, espressione riverniciata della legge sul “confino di polizia” di epoca fascista, a sua volta basata su quella “domicilio coatto” del 1863 – la nota “Legge Pica” contro il brigantaggio – entrata nella legislazione italiana ricalcando una legge dello Stato di Sardegna del 1859. Nei suoi due volumetti dal titolo ‘I segreti della Banda Maniero’, il giornalista Enzo Bordin, che di queste cose se ne intende, ha scritto che «si commetterebbe un grande errore di valutazione giudicando Felice Maniero senza collocarlo in un preciso contesto storico». Ed è proprio così!

E allora contestualizziamo …

Vede, nel Centronord, dal 1956 al 1988, periodo in cui fu in vigore la legge che prevedeva quella disastrosa misura di prevenzione, i soggiornanti obbligati crearono disastri dappertutto. Eppure, già nel 1970, ben diciotto anni prima della sua abrogazione,  Carlo Alberto dalla Chiesa, in base alla lunga e singolare esperienza maturata in Sicilia, aveva fatto capire senza mezzi termini alla Commissione parlamentare antimafia che quella normativa andava rivelandosi sempre più criminogena.

Cosa era successo di preciso?

Era stato accertato che i mafiosi in trasferta da un canto mantenevano  rapporti con quelli che operavano nel Sud  – molti dei quali li andavano a trovare nel Centronord per programmare traffici vari – e dall’altro si collegavano alla malavita locale per ovvi motivi. Stando così le cose, le forze dell’ordine non erano più in grado di fronteggiare adeguatamente la situazione perché non riuscivano più  a controllare i movimenti  degli uni e degli altri per via dello sviluppo senza precedenti delle comunicazioni nel settore ferroviario, autostradale ed aeroportuale, né tanto meno le conversazioni a distanza: con l’introduzione della teleselezione non erano necessarie la chiamate e le ricezioni attraverso gli storici centralini della SIP  che, registrando tutto, all’occorrenza costituivano preziose fonti di informazioni. Quella Commissione e la successiva sottolinearono l’andazzo nelle relazioni di fine legislatura, nel 1972 e nel 1976, ma il Parlamento fece orecchio da mercante e abrogò la normativa solo nel 1988, lasciando crescere il fenomeno mafioso sia nel Centronord che in aree prima immuni del Sud: Puglia e Sicilia orientale, ad esempio.

È per cose come queste che poi la gente pensa che le commissioni parlamentari siano inutili…

La gente lo pensa, ma non è così. E non lo dico perché ne ho fatto parte come consulente. Tanti, per superficialità di giudizio o per speculazione politica, sostengono che non servano a niente perché i fenomeni osservati non vengono poi superati. Anzi… Ma il compito delle commissioni parlamentari d’inchiesta non è quello di risolvere i problemi: nel nostro caso è quello di esaminare le azioni delle organizzazioni mafiose e le reazioni che le istituzioni e la popolazione manifestano  nelle regioni in cui sono nate e cresciute o che sono diventate teatro della loro espansione. Ma poi, sugli accertamenti fatti, attraverso le relazioni conclusive, le commissioni indicano sempre cause e rimedi e quindi danno precisi input sul da farsi al Parlamento, organo legislativo di cui sono espressione. E nessuno può nutrire dubbi sul fatto che il Parlamento abrogò la legge sul soggiorno obbligato troppo tardi.

E nel Centronord la situazione continuò a peggiorare… 

Certo! I soggiornanti obbligati, pur essendo sottoposti a una certa vigilanza da parte delle forze di polizia, ne combinarono di tutti i colori facilitando ulteriori penetrazioni. Dopo l’abrogazione della legge, infatti, un po’ alla volta e con un crescendo impressionante in questi ultimi anni, boss, gregari, prestanome e personaggi di varia estrazione legati in un modo o nell’altro agli stessi hanno invece avuto modo non solo di circolare  liberamente, ma anche di instaurare proficui rapporti con altri malavitosi e comunque con soggetti disponibili all’intrallazzo e tutti insieme, per puntare al meglio, si sono persino avvalsi della collaborazione di liberi professionisti – commercialisti, avvocati e persino notai – e di politici inseriti nei partiti o nelle istituzioni. Soprattutto nel Nordovest – ma anche in Emilia ultimamente con qualche diramazione nel Veronese – hanno trovato una politica compiacente come hanno dimostrato gli arresti eccellenti e lo scioglimento di giunte e consigli comunali. E qualche anno fa, in una sola retata lungo l’asse Lombardia-Calabria, sono state arrestate circa 300 persone, tra boss mafiosi e politici boss e nel corso delle indagini c’è stato il coinvolgimento di due magistrati, uno dei quali, per il disonore, si è poi suicidato. A Milano, tre anni or sono, l’assessore regionale del PDL Domenico Zambetti, è stato arrestato con l’accusa di voto di scambio politico-mafioso per aver comprato, in vista delle elezioni del 2010, un bel malloppo di preferenze pagando due esponenti della Ndrangheta. In Liguria sono finiti in galera un giudice di sorveglianza e un ex Ministro dell’Interno: Claudio Scajola che aveva dato una mano a Marcello Dell’Utri, oggi ospite delle patrie galere ed imputato nel processo per la ‘Trattativa Stato-Mafia’, e ad Amedeo Matacena, deputato calabrese, per farli sottrarre agli arresti: tutti e tre di Forza Italia, hanno perso la faccia per via del concorso esterno in associazione mafiosa.

E in Veneto come la mettiamo? 

Per fortuna la situazione è meno grave. Ma già nella seconda metà degli anni Ottanta e in quelli immediatamente successivi, sia imprenditori campani dell’entourage di un capocamorra portavoti di un altro ex Ministro dell’Interno eletto in area partenopea ma di famiglia veneta,   ormai deceduto,  sia imprenditori siciliani, addirittura ‘Cavalieri del Lavoro’, già proposti per il soggiorno obbligato ma bene ammanigliati a Catania con chiacchierati politici di spicco, ottennero in Veneto appalti pubblici da enti… “insospettabili”. I campani, in particolare, con le società ‘Agizza’ ed ‘Aergarda’ si aggiudicarono addirittura gare d’appalto per lavori di pulizia nei palazzi che ospitano la Giunta e il Consiglio della Regione Veneto. E negli ultimi tempi ci sono stati operatori economici veneti che tanto in Veneto quanto  nel Sud … La situazione verificatasi nel Veronese, con l’arresto e la condanna del vicesindaco per concussione e con le propaggini di vecchia data della Ndrangheta riemerse con l’inchiesta ‘Aemilia’ della Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna, meriterebbero una trattazione a parte.

Ok, affronteremo anche altri fatti e situazioni. Per ora approfondiamo la vicenda Maniero gradualmente, mettendo a fuoco il nesso fra i criminali in trasferta e quelli locali, anche se ormai si tratta di una questione piuttosto “storica”. 

Ma continua a incuriosire… Se ne parla nel libro “Mafia a Nord-Est”, di qualche settimana fa, ed è ancora argomento di tesi di laurea non solo in Veneto, ma anche a Milano. La Banda Maniero non esiste più da circa vent’anni: è acqua passata e, guarda caso, Felicetto, dopo aver fatto cassa da malavitoso con attività illegali, continua a far cassa da imprenditore vendendo in modo legale cassette d’acqua potabile, anche questa… “passata”, ma attraverso filtri che la rendono più gradevole. Sembra un gioco di parole ma non bisogna sottovalutare il fatto che suoi ex seguaci, alleati con nuove leve, ogni tanto balzano alla ribalta della cronaca per gravi episodi di criminalità predatoria.

Però si tratta di gruppetti che non pongono rischio di un  ritorno al passato. O no?

Una … “riedizione” della banda è impossibile, ma certi personaggi, scontata la pena, sono sempre in agguato. Nel 2006, infatti, l’operazione “Ghost dog” portò alla luce il preoccupante tentativo di ricostruirla: furono arrestate 33 persone ritenute responsabili di 16 assalti a furgoni portavalori e 60 rapine alle banche, 8 omicidi, 24 tentati omicidi e poi imputate anche per riciclaggio, ricettazione, furto, traffico, detenzione e porto illegali di esplosivi ed armi, anche da guerra. Le indagini permisero però di scoprire qualcosa molto più grave. La banda aveva infatti progettato anche tre attentati “eccellenti”: uno contro il capo della squadra mobile di Venezia Alessandro Giuliano, figlio del capo della squadra mobile di Palermo, Boris Giuliano, assassinato dalla mafia nel 1979; uno contro il dirigente della Digos di Venezia, Diego Parente, ed un altro ancora contro Felice Maniero per vendetta: perché collaborando con la giustizia aveva fatto incastrare i vecchi compagni di cordata. Il tutto secondo lo stesso filo logico seguito nel Sud dai mafiosi ‘doc’ : colpire i “pentiti” perché traditori della … “causa comune” e i rappresentanti dello Stato che non danno tregua.

Caspita! Per quel che mi risulta, nemmeno Felicetto aveva osato pensare a una strategia del genere …

Già, perché era convinto  che colpire in alto sarebbe stato un boomerang: avrebbe significato scatenare una controffensiva dalle conseguenze disastrose per lui e per la sua banda. Ma si vede che per quel gruppo il gioco valeva la candela: in dieci anni aveva accumulato una ventina di milioni di euro, denaro utilizzato, oltre che per acquistare beni di lusso, e pagare gli avvocati per i componenti della banda arrestati, proprio per finanziare la ricostituzione della Mafia del Brenta: lo scrissero chiaramente tutti i giornali in prima pagina.

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La prima parte potete leggerla a questo link

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