La Regione Veneto riduce i canoni di estrazione alle acque minerali

Uno schiaffo alla democrazia e un insulto per tutti i cittadini che il 12 e il 13 giugno sono andati a votare. Altro non è il maxi emendamento approvato ieri dalla maggioranza Lega Pdl che governa la Regione Veneto. Di fronte ad un referendum che ha sancito che l’acqua è un bene comune e che, in quanto tale, non può essere una fonte di guadagno e di speculazione né per il pubblico né – tantomeno – per il privato, il Consiglio Regionale del Veneto ha imboccato una strada che va in senso nettamente contrario dimezzando di fatto il canone di concessione alle aziende imbottigliatrici. Il maxi emendamento alla Legge Finanziaria 2012 approvato dal Consiglio proroga sino al 2015 le riduzioni del pagamento dei diritti di prelievo delle acque minerali, previste dalla Legge n. 22 del 2009.

Ricordiamo che il canone di estrazione è fissato dalla legge n. 40 del 1989  dal titolo “Disciplina della ricerca, coltivazione e utilizzo delle acque minerali e termali”. L’articolo 5, sostituito dall’articolo 6 della Legge Finanziaria Regionale 2007, fissava un canone di concessione per volume imbottigliato pari a 3 euro al metro cubo. Grazie all’emendamento passato ieri, il Consiglio ha prorogato sino al 2015 la contestata riduzione concessa per gli anni dal 2010 al 2012, stabilita a 1,5 euro per metro cubo di acqua se imbottigliata in contenitori di plastica e a un euro, sempre a metro cubo, nel caso sia imbottigliata in vetro. La differenza tra vetro e plastica, a sentire i legislatori, sarebbe un “incentivo” all’uso di materiali biodegradabili…

In poche parole, le aziende imbottigliatrici potranno continuare ad intascare milioni di euro di profitti sull’acqua pubblica, versando alle casse regionali (pubbliche!) una miseria di canone. Non c’è che dire: un bel regalo di pasqua, questo che la Regione ha fatto ai suoi amici produttori di acqua minerale!

Ma quanto ci costerà questo regalo? Facciamo due conti della serva. Il Servizio Tutela Acque della Regione Veneto, in risposta ad un questionario inviato da Legambiente ed AltrEconomia nell’autunno 2011, ha fornito queste cifre: le aziende concessionarie prelevano 2 milioni 504 mila 330 metri cubi all’anno (dato riferito al 2010). Di questi 2 milioni 378 mila e 299 sono imbottigliati in plastica e i soltanto i rimanenti 126 mila e 31 in vetro (alla faccia dell’incentivo). Il che significa una entrata di 3 milioni 693 mila 479 euro e – pure – 50 centesimi con il canone, per così dire “ agevolato”. Se fosse applicato il canone “intero” fissato dalla legge 40, al contrario, l’introito ammonterebbe a 7 milioni 512 mila e 990 euro. Una semplice sottrazione ci dice che il famoso “regalo” alle aziende imbottigliatrici ammonta alla bellezza di oltre 3 milioni e 800 mila euro l’anno. Facciamo grazie degli spicci. Per tre anni, che tale è la durata dell’agevolazione, fanno quasi 11 milioni e mezzo di euro.

Ora la domanda è: davvero le nostre falde, il nostro sistema idrico non ha bisogno di 11 milioni e mezzo di euro da investire in progetti di ristrutturazione, bonifica e di sostenibilità ambientale?

Paradossalmente, proprio la vittoria referendaria ha creato un vuoto legislativo in cui nessuno di coloro che oggi sono al Governo vuole mettere le mani, e ha aperto praterie normative all’avanzata degli speculatori.

La Conferenza delle Regioni, sei anni or sono, aveva dato indicazioni per una revisione dei canoni consigliando di dividerli in tre tipologie: da 1 a 2,5 euro per metro cubo di acqua imbottigliata; da 0,5 a 2 euro per metro cubo o frazione di acqua utilizzata o emunta; almeno 30 euro per ettaro di superficie concessa. Soltanto 13 Regioni hanno rivisto la normativa e ben 9 di queste hanno utilizzato queste indicazioni solo per giocare al ribasso. Il referendum ha scombinato le carte sul tavolo. Le indicazioni politiche che sono uscite dalle urne sono chiare: l’acqua è un bene comune e non una fonte di profitto per i privati. Ma sul piano normativo queste indicazioni non sono ancora state tradotte in legge. E, senza legge, è consentito anche barare. Tocca ai movimenti referendari, protagonisti di una stagione straordinaria, pretendere che le intenzioni del referendum siano rispettate. Oggi come ieri, si scrive acqua e si legge democrazia.

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