Quel fantaoggetto chiamato Palais Lumière

Mettiamo subito in chiaro una cosa. Non è Pierre Cardin a fare un regalo a Venezia ma Venezia a fare un regalo a Pierre Cardin. E’ la città di Venezia che regala a questa torre di 224 metri d’altezza la sua unicità e non viceversa. E’ Venezia che mette a disposizione di questo stilista trevigiano la sua tradizione e la sua cultura, tanto antica quanto moderna ed innovativa, di città nata dall’equilibrio tra la terra e il mare. Una tradizione che poco ha a che spartire con il gigantismo (“sarà l’edificio più alto d’Italia!”) obsoleto e superato da primo novecento che sostiene tutto il progetto. Il punto infatti è che questa sorta di “innovativi” grattacieli nel mondo sono oramai una moda passata. Roba da “paese petrolifero in via di sviluppo”. A Dubai o negli Emirati se ne trovano ad ogni angolo di strada. Ma anche in Europa, di edifici così se ne contano a decine come La Defense a Parigi, tanto per fare un esempio, oppure il Canary Wharf a Londra o il Centro di Francoforte. Tutti palazzoni assai più alti della torre di Cardin, ed oltre a tutto realizzati con una ragione urbanistica che non è solo quella di fare un primato. Perché la torre delle luci non batterà neppure quel record di altezza di cui tanto si scrive. Ammesso che la cosa abbia un senso, stiamo parlando di urbanistica e non di olimpiadi. Quando sarà realizzato sarà solo il 21° edificio più alto d’Europa. Nessun primato dunque. In poche parola, la torre ha un suo perché solo se sarà costruita davanti a Venezia dove potrà sfruttare lo splendido panorama lagunare e la singolarità della nostra città. Quindi, per cortesia, nessuno insista sulla “generosità” dell’imprenditore trevigiano (“Questo progetto corrisponde ad una resurrezione della città” ha dichiarato) e tanto meno sulla “fortuna” che avremmo avuto a battere la concorrenza di città come Mosca o Parigi. Di sicuro, da quelle parti, nessuno si sta mordendo le mani per l’occasione persa.

Il Veneto invece ha subito detto “sì grazie”. Il governatore Luca Zaia ha immediatamente sottolineato la “grande ricaduta turistica” che il palazzo avrà. Una cosa che a Venezia mancava proprio. E poi ha aggiunto, da quell’esperto di architettura che evidentemente è, “potrà piacere o meno, ma questa resta un’opera di alta architettura e ingegneria”. Anche il voto con il quale il consiglio comunale di Venezia ha autorizzato il sindaco Giorgio Orsoni a partecipare alla conferenza dei servizi sul progetto, contribuisce a spalancare la porta ad una rapida approvazione del progetto. Voto che ha avuto come unica voce dissonante il consigliere della lista In Comune Beppe Caccia che ha scelto l’astensione. Del resto, in questi tempi di crisi, è dura dire di no ad un tipo che ti assicura “i soldi ce li metto tutti io”. Che poi questi soldi ci siano è tutto da vedere. Per adesso in mano abbiamo solo le rassicurazioni di uno stilista ultranovantenne e un progetto realizzato da un suo nipote.

“Se non fosse per il percorso istituzionale, che da solo consegna alla proposta di Pierre Cardin la patente di autenticità, verrebbe da dubitare della coerenza e della credibilità del progetto di Palais Lumière” si legge in un documento messo a punto dall’associazione In Comune. “Un progetto di questo tipo – continua il documento che potete scaricare integralmente dal sito dell’associazione – in qualsiasi parte del mondo, subisce verifiche e analisi di fattibilità serie e accompagnate da business plan approfonditi e dettagliati nei conti economici e finanziari. In questo caso, nulla di tutto questo. C’è la parola di un imprenditore che afferma: i soldi li abbiamo. In realtà, lo studio di fattibilità è solo una descrizione di ‘faremo, sarà, ci saranno’ con qualche dato di massima per un totale di 1,357 milioni di euro in totale, molto lontani dai 2-3 miliardi sbandierati, ma pur sempre tanti”. Se si va a vedere a quanto ammonta complessivamente l’Accordo di programma per la bonifica ambientale di Porto Marghera, su un totale di 2,67 miliardi di investimenti privati il Palais Lumière rappresenta solo la metà di quella cifra. Ciò significa che già oggi Marghera conta investimenti privati per 1,3 miliardi di euro, impegnati da tanti diversi soggetti.

La domanda a questo punto è: perché improvvisamente tutti giurano che senza il Palais Lumière, Marghera non avrebbe un futuro? “Dal punto di vista urbanistico si tratta di un peso che, se realizzato, sposterebbe tutti gli assetti della città e soprattutto farebbe deperire l’articolazione delle funzioni oggi presenti in particolare nelle parti centrali della terraferma. Se qualche operatore avesse proposto un decimo delle funzioni previste all’interno del fantaoggetto da qualche altra parte della città avrebbe avuto tutti contro. Dal punto di vista delle ricadute economiche la sua realizzazione assorbirebbe tutte le potenzialità di una città come Mestre per i prossimi quindici anni e deprimerebbe qualsiasi altra iniziativa degli operatori locali”. Un altro elemento critico è che di fronte alla presentazione di questo progetto, la sua collocazione ha avviato interessi speculativi sulle aree nelle quali dovrebbe sorgere, con preliminari di acquisizione già in atto e a quanto si sa in scadenza il 31 luglio, processo che sarà accentuato dalle procedure semplificate e accelerate della prevista conferenza di servizio. Un punto focale della questione infatti è proprio quello del metodo. Sia che stiamo parlando di una darsena da mille posti al Lido, della demolizione del monoblocco ospedaliero, dello stupro architettonico di un fondaco cinquecentesco come quello dei Tedeschi oppure della realizzazione di questa torre di luci, non è accettabile che un qualsiasi imprenditore pretenda di intervenire in deroga alle norme di piano vigenti e ai programmi dell’amministrazione ponendola di fronte al diktat “io pago e io comando”.

“Siamo di fronte ad un metodo inaccettabile – commenta Beppe Caccia- : un investitore si presenta mettendo sul tavolo qualche fantatrilione, e che siano risorse reali o virtuali è ancora tutto da verificare, e dice ‘o così o me ne vado’. C’è un evidente problema di dignità democratica: è la città che deve decidere autonomamente quali scelte compiere sul suo territorio.” “E nel merito – prosegue il consigliere della lista In Comune – siamo di fronte ad un progetto che resta pieno d’incognite e denso di criticità sull’insieme degli impatti urbanistici ed architettonici e delle ricadute economiche e sociali sulla vita cittadina. Sul complesso dell’operazione il nostro giudizio è e resta dunque sospeso. Ci auguriamo che in sede di Conferenza dei servizi, il sindaco saprà farsi forte garante dell’interesse pubblico, della volontà della città di procedere, compiendo i passi giusti, nella direzione di un vero recupero, della riqualificazione produttiva e della rigenerazione urbana nell’area di  Porto Marghera”. Di sicuro, non saranno le luci della torre di uno stilista trevigiano a salvare Venezia dai mali che la affliggono come il turismo incontrollato, le grandi navi, lo stravolgimento dell’equilibrio idrodinamico, le smisurate manipolazioni del suo bacino lagunare e del territorio circostante. Mali che alla fin fine sono proprio legati alla mancanza di quella “dignità democratica” cui accennava Caccia con la quale viene gestita la cosa pubblica.

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