Finale prevedibile a Doha

10 / 12 / 2012

Il Vertice mondiale sui Cambiamenti climatici di Doha si è concluso nel solo modo prevedibile: con un nulla di fatto. La “minestrina riscaldata”del Doha Climate Gateway – così si chiama l’accordo raggiunto – non può certo dirsi un risultato adeguato alla sfida in campo per le 200 Nazioni presenti al Vertice. Si tratta, infatti, di un accordo transitorio che conferma la “fase 2” del Protocollo di Kyoto, proiettando al 2013, nel prossimo incontro di Varsavia, i negoziati per la realizzazione di un ipotetico accordo globale vincolante che, sempre avvenisse, entrerebbe in vigore nel 2015. Aria fritta, insomma!

Tanto più che i firmatari di questo accordo rappresentano Stati con meno del 20% delle emissioni totali. I grandi inquinatori sono tutti rimasti fuori dall’accordo. Così Stati Uniti e Cina, l’uno ad accusare l’altro di non voler procedere in reali azioni di riduzione delle emissioni –gli Usa a vincolare le proprie azioni ad un concreto impegno nei prossimi anni della Cina e questa a dichiararsi disponibile in tal senso solo dopo aver visto muoversi su questo terreno gli Usa – ,così anche la Russia, il Brasile, l’India, il Messico e il Sud Africa, per non parlare del Canada, della Nuova Zelanda, del Giappone e dei “padroni di casa”, Qatar e tutti gli “allegri amiconi”dei Paesi del Golfo Persico.

Lo sforzo degli scienziati che hanno approntato decine di studi che dimostrano la drammaticità dei cambiamenti climatici già in corso e affatto in attesa che gli Stati del Pianeta si mettano d’accordo, è stato vano. Che il ritmo dello scioglimento dei ghiacci al Polo Sud e in Groelandia sia triplicato nell’ultimo decennio non interessa ai rappresentanti dei Governi riunitisi a Doha.

Come dicevamo, causa anche il rallentamento industriale determinato dalla crisi globale in corso, i firmatari di Kyoto, quelli rimasti, con l’Europa in testa, rappresentano soltanto il 15% delle emissioni di gas serra, il cui record spetta alla Cina, subito seguita da Usa e India che hanno incrementato in questi decenni le emissioni in atmosfera di gas serra e dai Paesi del Golfo, in primis proprio il Qatar che è uno degli inquinatori pro-capite più grandi del mondo.

Il Ministro Clini, dopo aver ricordato come le difficili conclusioni dei lavori al Vertice siano dovute alla difficoltà di affrontare contemporaneamente sia la sfida della riduzione del consumo di combustibili fossili a fronte di una maggiore domanda di energia da parte delle economie emergenti, che l’evidenza dell’emergenza ambientale in tutto il pianeta, ha concluso dicendo che “ha pesato molto la caduta di tensione e di attenzione da parte dei Paesi che stanno fronteggiando la crisi economica. I cambiamenti climatici sono una parte importante e urgente dell’agenda economica globale”. Tanto urgente che il Ministro Clini, nei pochi mesi che sinora è stato alla guida del Ministero dell’Ambiente, si è segnalato per essere fautore del ritorno al nucleare, propugnatore della scelta del carbone come fonte di energia privilegiata e della facilitazione legislativa a favore dell’incenerimento dei rifiuti nei cementifici, oltre ovviamente a farsi paladino della continuità produttiva dell’Ilva di Tarano di fronte alla catastrofe ambientale e sanitaria che solo la magistratura – purtroppo – ha evidenziato con gli arresti, le denucie e il sequestro degli impianti.

Non avevamo dubbi che il Vertice di Doha si sarebbe concluso in questo modo, così come non ci sono dubbi sulla priorità della crescita capitalistica su qualsiasi ragionevole azione anche solo di contenimento delle cause che stanno determinando i cambiamenti climatici planetari. Scenari apocalittici come quelli descritti da David Brin nel “Il simbolo della rinascita/L’uomo del giorno dopo” o nella versione cinematografica di Kevin Costner – nel libro un pianeta post apocalisse nucleare, nel film un modo sommerso dall’acqua – non sono più lontana fantascienza se le decisioni sul nostro futuro rimarranno nelle sole mani di questi Governi.

Le catastrofi locali aumenteranno con l’aggravarsi dei cambiamenti climatici favorendo scenari che, pur esasperandoli, sono stati previsti dalla letteratura fantascientifica come, per citarne solo alcuni, in “Tutti a Zanzibar” di John Brunner, con una umanità sottoposta allo stress da sovraffollamento, o in “Il crepuscolo della terra”di Carolyn J. Cherryh, con una umanità rinchiusa ormai in solo alcune città dove si vive di notte o sotto i ghiacci o in altra difficile situazione ambientale o, infine, nel “Il lungo meriggio della Terra” di Brian W. Aldiss, con un pianeta stravolto dai cambiamenti climantici e da un potente riscaldamento terrestre che ha costretto le poche presenze umane rimaste a modificarsi per sopravvivere.

Catastrofismo? O non è forse meglio dire che di realismo si tratta se non sapremo in fretta ribaltare l’agenda politica e sociale delle priorità dalle ricette neolibersite per uscire dalla crisi mantenendo inviolato l’attuale modello di sviluppo, al radicale cambiamento politico, sociale ed economico?

Bibliografia:

David Brin

L’uomo del giorno dopo” conosciuto anche come “Il simbolo della rinascita”,edizioni Nord, 1987/1995

John Brunner

Tutti a Zanzibar”edizioni Nord, 1976, editore Mondadori, 2008

Carolyn J. Cherryh

Il crepuscolo della terra”editore Newton&Compton, 1994

Brian W. Aldiss

Il lungo meriggio della Terra”, editore Nord, 1994, editore Mondadori, 1998

 

 

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