Grandi opere e malaffare a Venezia: arrestato Giovanni Mazzacurati, il padre del Mose

Trent’anni alla guida del Consorzio Venezia Nuova con libero accesso alle “stanze che contano” di ministri, presidenti e assessori regionali. Trent’anni da imprenditore di successo a collezionare medaglie e cavalierati. Trent’anni da protagonista della “politica del fare” tutta incentrata sull’economia delle Grandi Opere, per ritrovarsi una bella mattina d’estate agli arresti.

Una uscita di scena quantomeno poco elegante questa di Giovanni Mazzacurati, ingegnere padovano ottantenne, conosciuto per essere il “padre” del Mose. Due settimane prima del suo arresto da parte delle Fiamme Gialle, avvenuto nella prima mattinata di oggi, si era dimesso dalla presidenza dl consorzio adducendo qualche problemino di salute. Con lui sono stati colpiti da provvedimenti cautelari altre 14 persone tra cui il consigliere del Consorzio Pio Savioli, il dipendente Federico Sutto e vari rappresentanti legali e amministratori delle società di costruzione che facevano riferimento a Venezia Nuova. Tutti imputati per una serie di reati tra cui turbativa d’asta e falsa fatturazione.

L’operazione denominata “Profeta”, che ha portato a decapitare un’altra testa dell’idra che gestisce le grandi opere della nostra Regione, non avrebbe, secondo quanto dichiarato dal procuratore Luigi Delpino, nulla a che vedere con l’arresto nel febbraio scorso per false fatturazioni di Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani SpA. Azienda che è il principale azionista del Consorzio Venezia Nuova.

Secondo gli inquirenti, Giovanni Mazzacurati dirottava ad imprese “amiche” grazie ad appalti predeterminati, le vagonate di denaro pubblico destinate al Mose, frazionando i lavori in modo da accontentare anche le aziende minori grazie ai contributi provenienti dalle pubbliche amministrazioni. Tutti soldi dei cittadini che arricchivano pochi speculatori senza scrupoli.

Va da sé che, con questo sistema gonfiato che faceva riferimento in prima persona a Mazzacurati, i lavori venivano a costare allo Stato fino a tre o quattro volte tanto.

Così come per Baita, anche per l’ex presidente del Consorzio, l’ipotesi di reato è quella della costituzione di ingenti fondi neri. La Finanza ha accertato, per ora, un giro di fatture gonfiate di 6 milioni di euro solo per quanto riguarda i sassi utilizzati per le dighe a mare il cui costo veniva fatto lievitare dall’azienda chioggiotta che aveva l’appalto tramite una compravendita fittizia con una società di comodo con sede legale in Austria.

Il sospetto comunque è che quanto appurato dalla magistratura sia soltanto la punta del classico iceberg di un sistema di tangenti e di appalti fittizi che ha devastato la laguna, per non dire il Veneto, con il solo scopo di dirottare denaro pubblico nelle mani di faccendieri privati.

Fatto sta che tra le varie imputazioni al vaglio dei finanzieri c’è anche la creazione di “fondi neri in quantità industriale”, come è stata efficacemente descritto in conferenza stampa. Lo stesso Giovanni Mazzacurati è stato dipinto senza pietà come un “padre padrone” senza scrupoli che gestiva denaro pubblico con criteri non certo finalizzati al bene comune e che decideva quali aziende favorire, quali no e cosa chiedere in cambio di un appalto.

Le domande cui rimane da rispondere agli inquirenti a questo punto sono: dove sono finiti i proventi derivanti dalle false fatturazioni e soprattutto come e per cosa sono stati utilizzati questi soldi.

La domanda invece alla quale l’operazione “Profeta” ha già risposto è quella che gli ambientalisti si erano posti sin dall’83, anno in cui venne istituito il Consorzio Venezia Nuova, bypassando le amministrazioni locali e commissariando di fatto una problematica delicata come la salvaguardia della Laguna di Venezia ad un pool di aziende private per forza di cose più inclini al guadagno personale che all’ambientalismo. E cioè: considerando che il Mose non serve certo a salvare Venezia dall’acqua alta, perché lo vogliono assolutamente realizzare?

“L’arresto di Mazzacurati – ha commentato Beppe Caccia, consigliere della Lista ‘in comune’ – ha dimostrato ancora una volta che le grandi opere infrastrutturali, realizzate attraverso procedure straordinarie e sottratte ad ogni controllo dei cittadini, sono il cuore del malaffare e della costruzione di veri e propri sistemi di potere finalizzati all’accaparramento di enormi risorse pubbliche da parte di pochi”.

Il Mose, ha spiegato Caccia, deciso e sostenuto trasversalmente da governi nazionali di ogni colore, nonostante e contro il parere dei cittadini e del Comune di Venezia, ne è un esempio lampante.

“Il denaro pubblico – spiega il consigliere – è stato gestito, grazie al perverso meccanismo della concessione unica da parte dello Stato, senza alcuna trasparenza e fuori da ogni verifica, delle opere per la salvaguardia di Venezia, da un consorzio di imprese private, i cui metodi sono oggi sotto gli occhi di tutti”.

Nell’augurarsi che le indagini gettino piena luce su come sono stati impiegati e a chi sono stati dirottati i fondi neri accumulati all’estero dal Consorzio Venezia Nuova e dai suoi soci, Beppe Caccia invita il parlamento a calendarizzare al più presto l’esame dei disegni di legge di riforma della Legislazione speciale per Venezia “restituendo trasparenza a questa delicata materia e piena sovranità alla comunità locale sul suo territorio.”

Comments are closed.