Caccia: “Anche l’ombra della mafia, sul Mose e sul Consorzio Venezia Nuova”

Era noto come “l’uomo delle cerniere del Mose”, quel Mauro Scaramuzza, amministratore delegato della Fip di Padova, arrestato ieri dai carabinieri assieme a Gioacchino Francesco La Rocca, figlio del capomafia “Ciccio” La Rocca, nell’ambito dell’inchiesta per la cosiddetta “variante Caltagirone”. Un “uomo cerniera” in tutti i sensi, considerato che se la ricostruzione della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Catania sarà confermata, Scaramuzza faceva da cardine tra gli interessi delle cosche mafiose siciliane e quelli delle grandi imprese di costruzioni “pulite” del Nord. Che tanto pulite poi non sembrano essere, a conferma del livello di compenetrazione ormai raggiunto, su tutto il territorio nazionale, tra capitali illegali da riciclare e capitali legali da valorizzare.
Come nel caso degli appalti in Fincantieri, non esistono isole felici, o aree del Paese immuni dall’infiltrazione mafiosa.
Mauro Scaramuzza non è certo una figura di secondo livello col suo ruolo di amministratore delegato della Fip spa di Selvazzano Dentro (Padova), una società controllata dalla Mantovani spa della famiglia Chiarotto. Il suo nome ricorre in molti dei più importanti e discussi affari degli ultimi anni nel campo delle opere pubbliche: dalla ricostruzione dell’Aquila ai lavori in Lombardia per Expo2015, dai rapporti con la Cmc di Ravenna, ditta titolare delle opere preliminari alla Tav in Val Susa, fino alla sottoscrizione di “protocolli antimafia” in appalti chiacchierati.
Ma soprattutto Mauro Scaramuzza è un “uomo cerniera” dal ruolo chiave nel sistema di potere organizzatosi intorno al progetto del Mose e al Consorzio Venezia Nuova. Sua, come abbiamo detto, è la responsabilità della realizzazione delle cerniere che devono connettere le paratoie delle dighe mobili ai cassoni appoggiati sui fondali delle bocche di porto. Cerniere sulle cui garanzie di affidabilità e condizioni di sicurezza il consigliere comunale Beppe Caccia ha presentato oltre un anno e mezzo fa un’interrogazione che non ha mai ottenuto risposta dal Magistrato alle Acque di Venezia.
“L’arresto dell’ingegner Scaramuzza proietta l’inquietante ombra di Cosa Nostra anche sulla concessione unica per le opere di salvaguardia di Venezia e della sua Laguna – ha commentato Caccia -. Dimostra che c’è un sistema malato legato al monopolio del Consorzio e agli affari da esso gestiti nell’ultimo trentennio. Prova ne sia che i nuovi vertici della Mantovani spa sono ben lontani dal compiere quella ‘operazione di pulizia’ che avevano promesso al momento del loro insediamento. Quest’ultimo arresto conferma la necessità che il governo e il parlamento avviino una seria verifica sia sulle caratteristiche tecniche del progetto Mose. La questione dell’affidabilità delle cerniere rimane tutt’ora aperta, così come dell’efficacia dei dispositivi di fronte agli effetti dei cambiamenti climatici. E’ indispensabile anche fare chiarezza su come sono state spese le ingentissime risorse pubbliche gestite dal Consorzio e dalle imprese ad esso collegate. L’inchiesta della procura ha dimostrato una volta di più, come sia urgente mettere mano alle riforma della Legge speciale per Venezia, superando una concessione unica che si sta rilevando sempre più criminogena”.
“Un ultimo suggerimento a chi di dovere – conclude Caccia -: non pensate sia il caso di cancellare la pomposa cerimonia prevista all’Isola Novissima per sabato pomeriggio? Mancherà di sicuro l’uomo-cerniera e non mi pare ci sia proprio niente da festeggiare”.

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