C’era una volta la laguna

Tanto tempo fa – tanto che potremmo anche scrivere “c’era una volta”, se ci fosse un lieto fine come in ogni favola che si rispetti – viveva nella nobile città di Venezia uno studioso che rispondeva al nome di Cristoforo Sabbadino e che copriva il delicato incarico di “proto” della Serenissima. Noi moderni lo definiremmo un ingegnere idraulico. All’epoca correvano i primi anni del XVI secolo e nella Città dei Dogi infervorava un acceso dibattito sul futuro della laguna. Che poi, come ben sanno tutti i veneziani, è il futuro stesso della città. Perché non c’è Venezia senza laguna, né laguna senza Venezia.
Alle tesi del Sabbadino, convinto che la laguna fosse un organismo vivo e, come tale, andava accudita, protetta e gestita giorno per giorno, assecondando il suo millenario respiro tra le maree periodiche e la entranti acque fluviali, si opponeva tale Alvise Cornaro, un “nobilhomo” padovano che aveva costruito le sue fortune economiche e politiche come proprietario terriero.
Detto Cornaro, leader del partito agrario, non aveva nessuna specifica competenza in idraulica ma ugualmente sosteneva che la laguna doveva essere dominata e arginata. Acqua e terra, diceva il Cornaro, andavano nettamente separate per impedire alle maree di invadere i campi. I canali inutili alla navigazione e al trasporto delle merci, dovevano essere interrati e le barene bonificate per recuperarle all’agricoltura.

Doppio futuro

Due concezioni inconciliabili. Due strade diverse che avrebbero portati a due futuri radicalmenti diversi. La spuntò, per nostra buona sorte, il proto che davanti al doge e al maggior consiglio mise a tacere l’agricoltore con questa inconfutabile argomentazione: “Cornaro sta a Padoa” e di conseguenza è “incompetente a ragionar d’idraulica”. Quel giorno, la scienza trionfò sulla (cattiva) politica. Anche per merito di un po’ di campanilismo.
L’idea della laguna come organismo vivente, bisognoso di cure continue e di infinite attenzioni, così che questa regali spazio vitale tanto all’uomo che alle terre e alle acque, visse finché visse la Serenissima. Non so dire se i nostri antenati fossero più saggi o se avessero un rapporto con la laguna che oggi noi abbiamo perduto. Diciamo semplicemente che erano altri tempi. Certamente avevano – cosa che noi oggi non abbiamo – la sovranità nel loro territorio e la difesa della laguna era la prima “ragion di Stato”.

Progresso o morte

Storia passata. Col secolo del carbone e dell’acciaio arrivò il modernismo e la laguna fu letta come un fastidio, un ostacolo di acqua e terra che si opponeva al progresso, alla realizzazione delle grandi periferie industriali, all’approdo delle petroliere. Cominciarono le opere distruttive d’inizio secolo come lo scavo del canale dei petroli e l’interramento di Porto Marghera. Il Doge non c’era oramai più e il Cornaro sarebbe stato felice.
Ma la storia non si ferma mai e c’è sempre una partita di ritorno. Con l’Acqua Granda di quel pauroso 4 novembre del 1966, come racconta la prima puntata di Cemento Arricchito, la laguna suonò il primo campanello d’allarme per ricordarci che le catastrofi, anche quelle naturali, non sono mai davvero naturali. Se costruisci dove il terreno è franoso, prima o poi la casa crolla. Se interri le barene che assorbivano l’acqua in entrata, prima o poi la marea ti travolge.
Il futuro di Venezia, evolutasi da Città dei Dogi a Patrimonio dell’Umanità, divenne una questione dibattuta a livello mondiale. La legge speciale che ne scaturì ripropose, per tanti versi, il dibattito “Sabbadino vs Cornaro”. E anche questa volta a spuntarla fu il Sabbadino. La legge poneva dei solidi principi di rispetto delle paculiarità dell’ecosistema lagunare. Ricordiamo solo il divieto di realizzare in laguna opere per loro natura irreversibili.

La legge defraudata

Ma di buoni propositi, si sa, è lastricata la strada che porta all’infermo. Proprio la legge speciale – stravolta nei suoi principi dagli indirizzi applicativi e dall’istituzione di un organismo gestionale unico come il Consorzio Venezia Nuova, totalmente slegato dal controllo democratico dei veneziani – si trasformò in una potente bocca da fuoco per i nuovi pirati che avevano preso di mira la laguna. Il nemico stavolta era il “partito del fare”, i sostenitori delle Grandi Opere. In laguna arrivano devastazioni come il Mose, le opere complementari, le barene artificiali, le Grandi Navi… Ancora si parla di “opere necessarie”, si fa leva sul ricatto “lavoro contro ambiente”. Gli investimenti pubblici vengono deviati verso la criminalità organizzata e finiscono per drogare la stessa democrazia, finanziando politici corrotti a destra, in particolare, ma anche a sinistra.

Filibustieri di ieri e filibustieri di oggi

E qui corre tutta la differenza tra i devastatori di oggi e i cementificatori di un secolo fa. Il canale dei Petroli fu scavato perché si pensava, con un ragionamento poco lungimirante ma onesto, di costruire un futuro occupazionale per Porto Marghera. Il Mose invece non ha nessuna giustificazione onesta. L’opera è sbagliata di per sé. Lo dice la Via, lo dicono gli scienziati, lo dicono i pescatori che tutti i giorni vedono l’antica laguna trasformarsi in un braccio di mare aperto. E così, per gli stessi identici motivi, è sbagliato in sé lo scavo del Contorta. Come è sbagliato che tutta la città debba pagare i danni causati dal passaggio di quegli aborti di meganavi per far far cassa alle Compagnie di Crociera. E questi sono dati di fatto. Dati assodati da un milione di studi che non starò qui a ricordare.
Non ci sono motivazioni sbagliate, o poco lungimiranti, ma oneste per questi scempi. Il loro unico scopo è costruire una macchina da tangenti. Il loro unico obiettivo è trasformate la laguna in “carne di porco” per deviare finanziamenti pubblici in tasche private.
Il nostro, è un nemico che ha tanti volti e nessuna dignità.
Un nemico che si combatte solo a colpi di democrazia, costruendo spazi di partecipazione come la splendida manifestazione di sabato scorso, dando il giusto peso ai pareri tecnici degli scienziati, restituendo potere decisionale alle amministrazioni del territorio, più vicine ai cittadini.
Perché la battaglia per la laguna è la battaglia per la democrazia.

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