Carburo di calcio e pesche d’eccellenza. A Terni si lotta contro l’inquinamento delle falde

Acciaierie, inceneritori, polo chimico. Terni, il cui antico nome significa “città tra due corsi d’acqua”, è un territorio pesantemente condizionato dall’inquinamento industriale. Le falde acquifere, in particolare, presentato tassi assolutamente fori norma di sostanze pericolose, come, ad esempio, il cobalto. In questa città, il tasso di tumori è 20 volte più alto rispetto alla media italiana. 

Un inquinamento troppo spesso nascosto ed invisibile che fa da contraltare all’indiscutibile bellezza del paesaggio. L’andare della biciclettata per la Giustizia Climatica, si snoda tra dolci colline coperte di vegetazione, lungargini sterrati e stradine che fanno lo slalom tra piccoli paesi con le case in pietra circondate da giardini fioriti. Ogni tappa è una occasione per parlare con la gente del posto del problema dei cambiamenti climatici. “Dove sono finiti gli insetti?” ci ha chiesto un anziano contadino. “Un tempo la mia terra ne era piana. La fortificavano e la arricchivano con la loro presenza. Da qualche anno ne vedo sempre meno. Dove sono finiti gli insetti?”

I ciclisti arrivano a Terni nel tardo pomeriggio dopo una giornata di tiepido sole. Cento chilometri appesantiti da un continuo saliscendi e da un fastidioso vento contrario. Li accoglia l’osteria – officina Biciclario. Un progetto innovativo messo su da una cooperativa di soci che ha mescolato ciclo officina e ristorazione. I soci possono contare su una attrezzata officina dove poter riparare da soli le loro due ruote sotto la supervisione di un meccanico professionista. La sera, il locale diventa una osteria che propone ottima musica e appetitose pietanze. E’ un punto di riferimento per la Terni resistente. 

Qui, i ciclisti di The Climate Ride incontrano i comitati locali che ci raccontano le oro lotte contro gli inceneritori – ce ne sono ben due in città – il polo chimico e l’acciaieria. Tra le tante storie che ascoltiamo c’è quella delle pesche di Papigno. 

Non sapete cosa sono le pesche di Papigno? Eppure un tempo questi frutti, orgoglio della piccola frazione di Treni, erano famosissime in tutta Europa e pure re Giorgio IV d’Inghilterra altra frutta non voleva nella sua tavola. Una eccellenza che è durata nel tempo sino a quando, nei primi anni del secolo scorso in questo terre è stato realizzato un famigerato stabilimento della Società Italiana per il Carburo di Calcio. Frutta e inquinamento non vanno d’accordo e le pesche, che erano la ricchezza del territorio, sono presto scomparse lasciando, al loro posto, sono un’area altamente inquinata. La fabbrica oggi è chiusa per ordinanza dell’Unione Europea e denunciata per inquinamento da idrocarburi. I guadagni derivanti da questa pericolosissima lavorazione sono finiti nelle mani di pochi e, agli abitanti di Papigno è rimasta solo devastazione ambientale, povertà e malattie. Una storia emblematica di come funziona lo sfruttamento capitalistico. 

Oggi a Papigno è nato un comitato che si batte per restaurare gli antichi orti ma il percorso è lungo. “Abbiamo cercato di restituire al nostro borgo l’identità che ha perduto, ripulendo gli antichi terrazzamenti e piantando erbe aromatiche, ortaggi ed alberi da frutto – racconta Maria Cristina Garofalo – ma è un lavoro duro e lungo. Soprattutto non abbiamo avuto nessun appoggio da parte dello Stato. Non che chiedevamo altro che una bonifica per mettere in sicurezza l’area. Ed invece nemmeno le perimetrature hanno sistemato. E adesso i bambini giocano a pallone sopra le aree inquinate”.

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