Il Veneto fa troppi affari con le mafie. “Colletti bianchi”, rifiuti e infrastrutture: la Dia lancia l’allarme

di Monica Zornetta – L’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia, riferita al primo semestre del 2019, mette nero su bianco dati, vicende e presenze che i veneti farebbero bene a considerare. Specialmente perché le presenze mafiose, ormai non più solo infiltrate ma perfettamente radicate nella regione (ex locomotiva del Paese che ancora possiede, nonostante tutto, una buona capacità di crescita), ne stanno contaminando l’economia e, secondo il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, molto presto potrebbero «finire per governarla» .

Canali privilegiati delle manovre criminali sarebbero le sue infrastrutture – la relazione cita il porto di Venezia, l’aeroporto Marco Polo, la Pedemontana – e “la ricchezza generata dalle imprese regionali”; gli “autori” di tali manovre  sarebbero quegli imprenditori mafiosi che, proponendosi come soci e finanziatori di aziende in difficoltà, finiscono poi – da schema – per diventarne proprietari e gestori. Come aveva già segnalato l’anno scorso l’Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia/Banca d’Italia, nel primo semestre 2019 è aumentato il numero di segnalazioni riguardanti operazioni finanziarie sospette, soprattutto di riciclaggio; si sono inoltre dilatate le denunce per associazione mafiosa (da 28, nel 2015, a 60) e i provvedimenti interdittivi adottati dalle Prefetture venete nei confronti di società operanti nei settori degli autotrasporti, della gestione dei distributori di carburante, della ristorazione, risultate contigue ad ambienti criminali. Ormai i veneti dovrebbero averlo imparato e aver fatto tesoro delle lezioni di questi anni: al Nord le mafie non sparano ma “lavorano” in silenzio, nell’ombra, gomito a gomito con la cosiddetta zona grigia. Al loro servizio i mafiosi hanno, infatti, imprenditori, liberi professionisti, politici, banchieri, dipendenti della pubblica amministrazione, rappresentanti delle forze dell’ordine con cui condividono affari e interessi lontanissimi dal bene comune.

Le tante inchieste condotte in epoca recente, ben dopo lo smantellamento della Mala del Brenta, hanno svelato l’attiva presenza nel territorio di tutte le organizzazioni mafiose italiane “storiche”: dalla ‘Ndrangheta calabrese (soprattutto la ‘ndrina Grande Aracri, di Cutro ma da decenni stanziata nel Veronese) a Cosa nostra, dalla non più solo “pendolare” Sacra Corona Unita (con i trafficanti Di Cosola) fino ai Casalesi, riusciti a riproporre a Nordest lo stesso modus operandi utilizzato in Campania per commettere estorsioni, rapine, reati di usura, ricettazione e riciclaggio. Fondamentale, anche in questo caso, è stato l’ “armonioso intreccio” tra rappresentanti delle istituzioni, imprenditori locali e referenti del clan, il cui presunto boss, il campano Luciano Donadio, da anni residente a Eraclea, era stato descritto qualche anno fa da un giornalista veneto come “uno stimato imprenditore che aveva patteggiato un anno e otto mesi di reclusione per usura”. Giusto per rinfrescare memorie stanche, lo “stimato imprenditore” è stato ri-arrestato nel febbraio 2019 ed è oggi tra gli oltre settanta imputati (37 dei quali accusati di associazione mafiosa) nel primo maxi processo alla Camorra nel litorale veneziano. Eraclea, invece, sta rischiando seriamente di diventare il primo comune veneto a subire uno scioglimento per mafia.

Se la droga è nelle mani della criminalità organizzata italiana e di quella straniera – le più attive delle quali rimangono la nigeriana e l’albanese, molto dinamiche anche sul fronte dell’immigrazione clandestina, dello sfruttamento della prostituzione e della tratta di esseri umani, il traffico dei rifiuti è invece monopolio degli italiani. In Veneto, tra l’altro, l’attenzione degli investigatori risulta essere particolarmente alta poiché il territorio figura tra le destinazioni principali dell’immondizia che arriva dal centro sud d’Italia ed è luogo di approdo delle raccolte differenziate di varie regioni, anche settentrionali. Qui, tra le bellezze artistiche e architettoniche che il mondo ci invidia,  continuano ad operare alcuni imprenditori che “in passato – si legge nella relazione semestrale –  avevano costituito società con appartenenti alle cosche reggine permettendo alle organizzazioni criminali di inserirsi, con l’utilizzo del metodo mafioso, per l’acquisizione e la gestione degli appalti” . In realtà non c’è nulla di nuovo sotto il velato sole Nordestino: sono situazioni e vicende che stanno accadendo da anni, come i tanti, troppi incendi di capannoni e strutture industriali in cui i rifiuti vengono  stoccati abusivamente da mani criminali e poi dati alle fiamme per abbattere i costi dello smaltimento. Fatti, peraltro, descritti con molti dettagli e molto coraggio dal sindacalista Salvatore Livorno nel libro “Quanta bella monnezza. Cronache dal mitico Nordest di ordinaria dis-amministrazione” e che i veneti, ormai, non possono davvero più ignorare.

Tratto da MonicaZornetta

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