La laguna dei pesci morti

Che ci fosse qualcosa di sbagliato in laguna lo si capiva sin dal ponte della Libertà. Neppure l’impianto di condizionamento dei treni e degli autobus stracarichi che portavano a Santa Lucia il popolo del Redentore, riusciva a porre barriera all’odore nauseabondo che saliva dalle acque. Non era la consueta “spussa da freschin” cui i veneziani sono geneticamente avvezzi. E neppure quella da “scoasse” che non manca mai nelle nostre romantiche ma puzzolenti calli. Quello che ammorbava l’aria afosa di quella domenica di festa era un odore assai più stomachevole. Un tanfo pestilenziale e malato di qualcosa che era andata a male.
Cosa fosse questo qualcosa, i veneziani lo hanno scoperto la mattina dopo i Fuochi. I canali della città lagunare, in particolare quelli del sestiere di Cannaregio, erano attraversati da una lenta ed irreale processione di pesci morti. Centinaia, migliaia di “go”, “sievoli”, “passarini”, “paganelli”, persino granchi… tutti con la pancia all’aria e in avanzato stato di putrefazione. La lenta corrente di “dozana” li radunava a branchi e li trascinava a ridosso delle rive, tra le barche e le bricole d’ormeggio.
Uno spettacolo davvero angosciante che, unito alla puzza che ristagnava nell’afa estiva, ha sconvolto tanto i veneziani quanto i turisti. Bisogna anche aggiungere che né i “cocai” ne le “pantegane”, animali che nella catena alimentare coprono il premiato ruolo di spazzini dei canali, si azzardavano a nutrirsi di quelle cose morte che ciondolavano tra le onde. Un fatto questo che ha preoccupato non poco i residenti, alimentando il sospetto che la causa della moria fosse da ricondurre ad un inquinamento industriale.

Sin dalle prime segnalazioni, l’assessorato all’Ambiente di Venezia si è prontamente attivato per trovare una spiegazione e nello stesso tempo rimuovere i resti della moria di pesce. Nonostante il personale di Veritas fosse ridotto all’osso per le pulizie del dopo Redentore, le barche del centro servizi hanno raccolto nella sola giornata di lunedì, oltre 50 quintali di pesce. Una quantità davvero enorme che avrebbe potuto coprire 10 volte il mercato di Rialto. Parallelamente alla pulizia dei canali, l’assessore Gianfranco Bettin si è rivolto ai laboratori dell’Arpav e dell’Ulss, che sono gli enti proposti ai controlli sanitari in laguna. “Sino ad ora, i risultati delle analisi – ha commentato Bettin – non hanno trovato nulla che possa far pensare a una causa artificiale. In questi giorni ne ho sentite di tutti i colori: dallo sversamento di una nave cisterna all’apertura delle chiuse dei canali di scolo a porto Marghera. Ma nessuna di queste spiegazioni è confermata dai tecnici che tuttavia installeranno nuove centraline in laguna per monitorare ancora meglio la qualità delle acque. Anche la Procura ha aperto una inchiesta che ritengo opportuna e importante. Se qualcuno ha inquinato dovrà pagare, anche se, ripeto, sino ad oggi non ci sono prove che la moria sia riconducibile ad uno specifico avvelenamento. Piuttosto, dobbiamo considerare che la nostra laguna è sotto stress per ragioni globali e per fattori locali, dal global warming alle grandi opere. Quando è successo in questi giorni è solo un segnale in più della sua sofferenza ed un invito a difenderla con più vigore”.

Il comunicato diffuso dall’Arpav riconduce le cause della moria di pesce ad un fenomeno biologico chiamato afasia dovuto all’impoverimento di ossigeno delle acqua, in particolare nelle zone basse di barena, causato dal “proliferare di alghe in fioritura tardiva dei generi lva, Gracilariopsis, Gracilaria ed Agardhiella”, come si legge nel comunicato Arpav. Tale eccezionale proliferazione sarebbe dovuta, sempre secondo l’agenzia regionale ambiente, alle particolari condizioni climatiche che si sono verificate in questi ultimi giorni: caldo asfissiante, assenza di vento e conseguente scarso ricambio di acqua. In parole povere, le alghe poste in condizioni ottimali per le loro proliferazione, avrebbero rubato l’ossigeno ai pesci che sarebbero morti soffocati. La moria è avvenuta nelle acque basse della laguna nord (anche perché la laguna sud oramai non esiste più, trasformata come è stata in un braccio di mare aperto), i resti dei pesci sarebbero venuti a galla successivamente – e quindi schifati dai gabbiani, abituati a cibarsi di pesce vivo – e trasportati lungo i canali della città dalle correnti. Un fenomeno, secondo l’Arpav, perfettamente naturale.
Vero è anche che 50 quintali di pesce putrefatto che se ne va a spasso per i canali come una gondola ha ben poco di “normale” anche per Venezia. La spiegazione fornita dall’Arpav non ha convinto tanti residenti, alcuni dei quali hanno infilato un pesce morto in una borsa di plastica per portarlo in qualche laboratorio privato. Che è come dire: “di quelli dell’Arpav non mi fido per niente”.
Pur se comprendiamo la preoccupazione ed elogiamo il senso civico di questi concittadini. Non possiamo fare a meno di rilevare che una siffatta analisi non ha niente di scientifico per i semplice motivo che non rispetta i protocolli sulla raccolta del campione. In altre parole, anche se il pesce fosse stato avvelenato non è in questo modo che ce ne potremmo accorgere. Tanto varrebbe fargli fare i tarocchi da una maga.
Purtroppo i guai della laguna sono più profondi che un “semplice” sversamento abusivo di prodotti inquinanti e risalgono ad una mala politica di cementificazione e di sfruttamento, non di rado riconducibile ad interessi mafiosi e criminali, di cui la moria di pesce non è che un campanello di allarme che sta a noi saper cogliere per invertire la rotta.
“Preoccupa lo stato generale della laguna la cui situazione deve tornare al centro dell’attenzione delle istituzioni e della stessa opinione pubblica – conclude in una nota l’assessore Gianfranco Bettin -. C’è un’evidente sproporzione tra il peso economico e l’impatto ambientale delle grandi opere attualmente in esecuzione e gli interventi di tutela diffusa, compresi gli interventi compensativi di quelle opere, dagli importi infinitamente minori, dai tempi più lunghi, pochissimo o per nulla noti, pensati ed eseguiti senza vero coinvolgimento della città e delle sue rappresentanze. Serve una nuova, costante cura dell’ecosistema, un potenziamento della sua capacità di rigenerazione e la messa al bando di ogni nuova offesa ad esso recata”.