L’Ordine dei Giornalisti apre la mostra Grandi Navi. Presidio degli ambientalisti e show di Brugnaro

Il titolo è tutta retorica: “Danno o risorsa per Venezia?” La risposta è tutta in quelle 27 spettacolari gigantografie che raccontano in maniera inequivocabile il devastante impatto che queste speculazioni edilizia galleggianti chiamate “Grandi Navi” hanno nel delicato ecosistema lagunare. Non c’è storia, non c’è paragone e non c’è neppure spazio per il punto di domanda, tra le due posizioni, pro e contro, davanti a queste immagini che raccontano il quotidiano stupro di meganavi grandi cinque volte il Titanic forzate a passare in un ecosistema idrico a misura di gondola.

E d’altronde, guardando dietro l’obiettivo della reflex, chi voleva documentare il danno o la bruttura di una ingombrante presenza che non ha nulla a che vedere né con la storié ne con la morfologia della laguna, ha giocato facile. E non me ne vogliano i bravissimi autori delle foto se scrivo questo. Intendo solo considerare che, volendo sostenere la tesi “pro grandi navi”, cosa c’era da immortalare? La faccia beota di qualche turista da comitiva a prezzo fisso che saluta dal ponte del condominio, pensando di viaggiare sul praho di Sandokan e che invece si ritrova su un centro commerciale galleggiante? Che è come farsi le vacanze all’Auchan?

No, no, hanno ragione i pro grandi navi a sostenere che la mostra, inaugurata questo pomeriggio nella sede dell’Ordine dei Giornalisti – e che là rimarrà sino al 16 ottobre – è tutta di parte. Proprio come dalla parte degli ambientalisti sta la verità sostanziale dei fatti. Possiamo discutere sulle possibili e ragionevoli soluzioni – tra le quali non c’è quella terrificante di scavare e distruggere ancora la laguna per farci passare ‘ste Love Boat da grande magazzino! – ma non sul fatto che le Grandi Navi siano mostruosamente brutte, inquinanti oltre ogni dire e omicide per l’ecosistema che sostiene Venezia. E taccio sul rischio di trovarcene prima o poi, una spampanata sulla basilica, come già successo a Genova e in altre parti d’Italia.

Certo, non si può pretendere, né sarebbe giusto pretendere, che l’Ordine dei Giornalisti del Veneto che ha ospitato la mostra realizzata dei reporter veneziani tra i quali Marco Secchi del collettivo Awakening, prenda posizione su un tema come questo. Va bene allora anche il punto di domanda retorico sul titolo. E va bene anche il comunicato diffuso dall’Ordine secondo il quale la mostra ha come obiettivo quello di “offrire ai veneziani e al mondo un panorama il più ampio possibile su una problematica di estrema complessità e delicatezza”.

Ma la vera spiegazione del perché l’esposizione sia stata organizzata dall’Ordine e proprio dentro i locali dell’Ordine sta tutta nella premessa del detto comunicato: “Dopo le polemiche innescate dalla decisione del sindaco di Venezia di sospendere la prevista mostra del fotografo Gianni Berengo Gardin…” In altre parole, i giornalisti veneziani hanno voluto rispondere ad un sindaco come il Brugnaro Luigi, abituato a comandare da padrone in Comune come nella sua azienda, tanto da mortificare assessori (uno dei quali si è già dimesso), dirigenti e consiglieri, che l’informazione non sta alle dipendenze di nessuno. Il sindaco del fare – e che nei suoi primi cento giorni ha fatto due delibere e una ordinanza, peggio del Milan in campionato – non può pretendere e permettersi di trattare i giornalisti come suoi dipendenti o suoi portavoce. Può trasformare le sue conferenze stampa in uno spettacolo di Carlo e Giorgio, ma non può chiedere ai giornalisti di fargli da spalla.

Che il Brugnaro Luigi sindaco abbia recepito il messaggio poi, è tutto da vedere. Di sicuro, il problema dell’indipendenza dell’informazione non è tra le sue priorità. “Con la maggioranza che ho, faccio quello che voglio” ripete sempre. E anche ieri ha regalato agli spettatori – un nutrito gruppo di No Grandi navi venuti ad assistere all’apertura della mostra – il suo show quotidiano. Ha accettato una bandiera No Grandi Navi, ha passato in rassegna le gigantografie commentando come fosse davanti ad una pizza Quattro Stagioni che “c’è chi le Grandi navi piacciono e c’è chi non piacciono. A me piacciono. Guarda qua che belle!” Inutile chiedergli come intende muoversi per tutelare la laguna perché altrimenti ti tira un pistolotto da 40 minuti in dialetto spiegandoti che lui è contrario alla teoria del gender, sia nelle scuole che nell’ambiente. Si è guardato bene dall’affrontare la questione dello scavo del Vittorio Emanuele ma ha dichiarato che “le grandi navi sono la storia di Venezia. Oh? Lo sapete o no che un ingegnere ci impiega 50 anni per costruirne una?” E poi, tra lo sconcerto generale, ha abbandonato la sala indirizzando ai presenti un’ultima appassionata esortazione: “Ma venite a Mestre che è più bella e si sta meglio che Venezia!”

Mah? Mestre no. Ma sto seriamente pensando a Reykjavík che ha per sindaco uno come Jón Kristinsson Gnarr. Il dubbio è che non sia abbastanza distante.

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