Atlantidi prossime venture

di Samanta Di Fazio – « Innanzi a quella foce stretta che si chiama Colonne d’Ercole, c’era un’isola. E quest’isola era più grande della Libia e dell’Asia insieme, e da essa si poteva passare ad altre isole e da queste alla terraferma di fronte. […] In tempi posteriori […], essendo succeduti terremoti e cataclismi straordinari, nel volgere di un giorno e di una brutta notte […] tutto in massa si sprofondò sotto terra, e l’isola Atlantide similmente ingoiata dal mare scomparve. »  (Platone Timeo, Capitolo III.)

Atlantide, un mito, una leggenda, così lontana nel tempo e avvolta dal mistero, potrebbe presto essere realtà.
Quando Naomi Klein afferma «Il cambiamento climatico trasformerà tutto » purtroppo dice la mera verità. Siamo di fronte ad un così drastico cambiamento climatico che il minimo che può succedere è la scomparsa di piccole isole. L’innalzamento delle temperature del pianeta sta già avendo delle ripercussione sull’assetto climatico mondiale senza precedenti. Se è vero che in 4,3 miliardi di anni di storia del pianeta il clima è cambiato, è pur vero che questo mutamento è avvenuto con tempi molto più lunghi e distesi rispetto alla rapidità con cui adesso sta cambiando. Generalizzando però, ci troviamo spesso a sottovalutare questa crisi perché si crede che la catastrofe avverrà tra centinaia di anni, ma è l’errore più grande che si possa fare: la catastrofe è già in atto, consegniamo quindi il destino della terra ad una dimensione che purtroppo non potrà più essere sostenibile per la riproduzione della vita della nostra specie e quando il danno sarà inarrestabile e irreversibile.

Attualmente la temperatura media terrestre è salita di soli 0.8°C. A Parigi i grandi e potenti della Terra fanno finta di accordarsi per mantenere il riscaldamento globale sotto la soglia dei 2°C senza considerare che già così il rischio di un declino climatico è alle porte con una crescita del livello dei mari sempre più rapida. Il riscaldamento della superficie terrestre sta causando un irreversibile scioglimento dei ghiacciai; i mari crescono e le coste vengono sempre più sommerse con il rischio di far scomparire le isole-stato, dal Pacifico all’Atlantico, fino all’Oceano Indiano e all’Africa.

A pagarne le conseguenze però sono soprattutto i paesi più poveri. Proprio quelli che meno hanno contribuito alle cause della crisi data la debolezza delle loro infrastrutture.

Le relazioni fra cambi climatici e livello del mare sono fatto noto. Alle grandi scale temporali delle fasi glaciali e interglaciali del Quaternario il livello marino è oscillato dell’ordine di 100 -150 m in conseguenza del variare del volume delle masse glaciali. A partire da 10.000 anni fa, col l’inizio dell’Olocene, il livello del mare si è rapidamente innalzato fino a raggiungere e di poco superare il livello attuale circa 6.000 anni fa. L’IPCC (1990) ha stimato innalzamenti medi per il secolo precedente da 1,0 a 2,0 mm/anno, pari a 10-20 cm per l’intero secolo. Gormitz & Levedeff (1987) hanno stimato il tasso di innalzamento globale medio del LdM per il centennio da fine 800 a fine 900 pari a 1,2 mm/anno.

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Già nel 2009 i membri del Parlamento delle Maldive hanno organizzato una riunione subacquea per evidenziare la minaccia del riscaldamento globale e dell’innalzamento del livello dei mari. Le isole delle Maldive sono a solo 2,1 metri sopra il livello del mare; studi recenti supportano la teoria seconda quale questo aumento varierà tra 0,5 e 2,3 metri, nel peggiore degli scenari però questi dati aumentano fino a 4 o anche 6 metri e dunque queste isole sarebbero le prime ad essere sommerse e scomparire spazzando via ecosistemi unici.

Ma in questi giorni durante lo svolgersi della “risolutrice” COP21 a lanciare l’allarme sono state ben 39 isole-stato e 5 osservatori riunitisi dell’AOSIS (Alleanza dei piccoli Stati Insulari) le quali hanno chiesto di agire in maniera decisa.  « Il rischio, secondo le isole-stato, è che in caso di aumento dei livelli dei mari, le popolazioni siano costrette ad una migrazione verso altri Paesi più sicuri, con conseguenti emergenze in varie aree del mondo, che saranno alle prese con fenomeni migratori importanti.» Rischio che negli ultimi anni è già diventato realtà,  ben 157 milioni sono i profughi climatici(secondo l’ultimo rapporto CESPI, FOCSIV E WWF).

Secondo uno studio effettuato da un gruppo di ricercatori guidato da Cèline Bellard dell’Università di Parigi in cui 1269 sono le isole prese in considerazione, quelle più a rischio sembrano essere la Nuova Caledonia e la Polinesia Francese. Secondo i ricercatori, il 5% di queste isole potrebbe essere inondato definitivamente dopo un aumento del livello del mare di un solo metro, passando all’8% nel caso l’aumento sia di due metri e all’11% nello scenario peggiore, tre metri.

Prendendo queste isole come metro di riferimento, secondo Bellard gli effetti del cambiamento climatico posso essere applicati alle circa 180 mila isole del mondo se i livello dei mari cresce di “solo” un metro.
Secondo gli autori, la perdita degli habitat insulari porterà in futuro a un sensibile calo della biodiversità, che non può più essere ignorato. In base alle implicazioni di studi come questo, che forniscono basi concrete per ragionare sulle conseguenze del cambiamento climatico, è necessario che vengano stabilite priorità di conservazione per quanto riguarda questi patrimoni a rischio.

Ma tornando ai nostri territori, senza varcare alcun Oceano, la situazione non è delle migliori. La Banca Mondiale ha analizzato 136 città Italiane costiere a rischio. Pianura Padana e fascia costiera veneto-romagnola sarebbero le aree italiane più minacciate dall’innalzamento del livello del mare, con il Delta del Po che addirittura figura tra le prime 10 zone critiche a livello globale secondo lo studio dell’Environmental Research Letters del British Institute of Physics.

Anche la cartina geografica dell’Italia potrebbe cambiare in modo radicale se non corriamo subito ai ripari.

Secondo uno studio dell’Enea, infatti, tra Trieste e Ravenna sino Treviso spariranno, sommerse dalle acque, la bellezza di 5500 chilometri quadrati. E il mare si spingerà fino a 60 chilometri all’interno, rispetto al disegno attuale della costa. In buona sostanza, quelle in pericolo sono tutte le principali fasce costiere del Paese, con l’eccezione notevole della costa romagnola e marchigiana, della Liguria, della Puglia e della Calabria. Parliamo di migliaia e migliaia di ettari di terre che verranno sommerse dalle acque marine, secondo le proiezioni dell’Enea: a cominciare dall’intera laguna di Venezia, dal delta del Po ben oltre Ferrara e Ravenna; la Versilia e la costa di Cecina in provincia di Livorno; il golfo di Cagliari e quello di Oristano in Sardegna; l’area circostante il Mar Piccolo di Taranto; la foce del Tevere e tutta la costa del Lazio meridionale fino al Volturno in Campania; in Sicilia le saline di Trapani e la piana di Catania.

Non sarà certo un summit quale la COP 21 a risolvere il problema. Purtroppo di bugie ne abbiamo già sentite troppo e di false strette di mano ne abbiamo già viste abbastanza. Affrontare la crisi del cambiamento climatico deve essere assunta ora come un imperativo categorico, uno sforzo personale ed individuale che ognuno di noi deve assumersi per un possibile futuro di una Terra ancora abitabile. Dal basso dobbiamo mobilitarci e riprendere il potere di decisione delle nostre vite. Non vogliamo nuove Atlantidi, non vogliamo diventare leggenda, non vogliamo essere quelli sperduti nel fondo dei mari.

«La ricerca di Atlantide colpisce le corde più profonde del cuore per il senso della malinconica perdita di una cosa meravigliosa, una perfezione felice che un tempo apparteneva al genere umano. E così risveglia quella speranza che quasi tutti noi portiamo dentro: la speranza tante volte accarezzata e tante volte delusa che certamente chissà dove, chissà quando, possa esistere una terra di pace e di abbondanza, di bellezza e di giustizia, dove noi, da quelle povere creature che siamo, potremmo essere felici… » (Lyon Sprague de Camp)

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