Cinesi in rivolta contro lo sfascio ambientale

di Angela Pascucci –

Le manifestazioni contro il degrado ambientale si moltiplicano e intensificano in Cina. Anche il premier Li Keqiang ha dichiarato ufficialmente guerra all’inquinamento nel marzo scorso, in occasione della riunione annuale dell’Assemblea del Popolo, prendendo definitivamente atto del guasto che affligge il paese. Viene allora da chiedersi quali siano i fronti di questa guerra davanti alle scene di violenza circolate nei social network cinesi in occasione dell’ultima di una lunga serie di rivolte. Stavolta sono stati gli abitanti di Maoming, nella ricca e sviluppata provincia meridionale del Guangdong, a scendere nelle strade per fermare la costruzione di una fabbrica di  paraxilene (PX), sostanza chimica derivata dal petrolio nociva alla salute ma necessaria alla fabbricazione di bottiglie di plastica e tessuti di poliestere.

La protesta, iniziata domenica 31 marzo e proseguita nei giorni successivi, è sfociata subito in scontri a causa dell’intervento violento della polizia paramilitare, che ha usato senza risparmio lacrimogeni e manganelli elettrici contro i manifestanti, accusati all’inizio di essere solo un gruppetto di “fuorilegge”. Il bilancio della guerriglia urbana che ne è seguita ancora non è stato accertato. Le fonti dei manifestanti hanno parlato anche di morti, che sarebbero documentati dalle immagini di corpi riversi in pozze di sangue circolate in rete (e subito censurate). I media internazionali dichiarano  di non essere riusciti a verificare l’attendibilità di quelle immagini e notizie, di sicuro c’è solo che la repressione è stata brutale e 18 persone sono state arrestate per aver “turbato l’ordine pubblico” e “causato disordini”. Le autorità da parte loro smentiscono i decessi, confermano il ferimento di alcuni dimostranti (ma anche quello di 4 poliziotti) e promettono di prendere in considerazione le motivazioni delle proteste mentre sono impegnate a persuadere la comunità che l’impianto non danneggerà né l’ambiente né la salute perché non è accertato che il PX sia un cancerogeno. E’ certo però, affermano, che porterà nuova ricchezza. L’opera di persuasione, secondo quanto riportato dal South China Morning Post, coinvolgerebbe anche gli studenti delle scuole medie, le cui famiglie sono state invitate a firmare unadichiarazione nella quale si impegnano a non partecipare alle manifestazioni. Bastone duro e carota assai equivoca sembra essere la tattica corrente.

La calma nella cittadina è tornata solo venerdì 4 aprile, con i paramilitari messi a piantonare scuole e luoghi di lavoro. A dare manforte agli abitanti della città per tenere accesa la protesta sono però intervenuti altri drappelli di cittadini di Shenzhen e Guangzhou, i due grandi centri metropolitani del Guangdong, scesi anch’essi in strada nel corso della settimana per manifestare a sostegno dei vicini.
Gli abitanti di  Maoming non si fidano delle rassicurazioni delle autorità, anche perché la municipalità è stata negli ultimi anni al centro di indagini per corruzione che hanno portato alla decimazione dei vertici, con un clamore che ancora non si placa, alimentato com’è da nuove inchieste e scoperte di malversazioni. Di fatto il fattore PX chiama in causa opachi intrecci di interessi. Il nuovo impianto andrebbe ad ampliare un petrolchimico già esistente gestito congiuntamente da una consociata del governo locale e dalla Sinopec, gigante statale del petrolio. Dunque l’amministrazione, come accade in altre situazioni simili, è parte interessata e non può essere un giudice imparziale. Produrre paraxilene è un grosso affare, ma non sarà facile concluderlo anche perché secondo un rapporto di Oriental Outlook, settimanale dell’agenzia Xinhua, a Maoming sono già avvenute negli scorsi anni numerose violazioni nelle procedure di approvazione o valutazione di impatto ambientale dei progetti petrolchimici.  ( Ma Tianjie, “The PX Protest Drama in China” http://english.caixin.com/2014-04-04/100661595.html).

Maoming è solo uno dei molti luoghi dove i conflitti ambientali mettono in causa la sostenibilità in senso largo dello sviluppo cinese e le sue modalità. Il paraxilene è in questo senso una saga dei tempi.
Le prime grandi proteste contro un impianto di produzione di PX sono partite nel 2007 da Xiamen, nel Fujian, altra provincia costiera. Si conclusero con una vittoria dei manifestanti nonostante fosse in ballo un progetto da 12 miliardi di euro che, al dire della autorità, avrebbe raddoppiato il Pil della città.
Da allora molte altre contestazioni sono seguite.
Nel 2011 è stata la volta di Dalian, nella provincia settentrionale del Lianoning, dove, in seguito a  un tifone che aveva danneggiato l’impianto di raffinazione, facendo temere una dispersione di materiali tossici, deflagrò la furia degli abitanti che a decine di migliaia scesero in piazza chiedendo e ottenendo la chiusura di tutto.
Nell’ottobre del 2012 è stata la città portuale di Ningbo, nella provincia costiera dello Zhejiang, a rivoltarsi contro l’ampliamento di un petrolchimico.
Nel maggio 2013 è scesa in campo Kunming, capitale della provincia sud occidentale dello Yunnan, dove le proteste hanno bloccato la costruzione di un impianto di paraxilene, che si sarebbe aggiunto a un’esistente raffineria. Anche il tentativo di spostare gli impianti nelle zone più interne, fidando in una minore resistenza di popolazioni desiderose di “sviluppo”, sta dunque fallendo.

Ma il PX è un componente fondamentale nell’attuale produzione di merci e la Cina, primo produttore, ne fornisce un quarto della richiesta mondiale. Le sollevazioni popolari che bloccano le nuove produzioni hanno creato un divario fra domanda e offerta di 9,5 milioni di tonnellate rendendo evidente il nodo ineludibile che la “guerra” del premier Li deve sciogliere.
Ben oltre il paraxilene infatti la diffidenza delle popolazioni contro ogni tipo di installazione industriale ormai dilaga. Dal 2010 le proteste ambientali sono aumentate del 120%, di pari passo con la crescita di una nuova consapevolezza ecologica davanti alla devastazione indotta da un turbo sviluppo che ormai sembra produrre più danni che benefici.
Lo scorso anno, per la prima volta, il ministero dell’ambiente cinese ha riconosciuto l’esistenza dei“villaggi del cancro”, che sarebbero non meno di 200, piccoli centri invasi da fabbriche inquinanti fuori controllo dove il tasso di mortalità per tumori è di gran lunga superiore alla media nazionale, già alta. Ogni anno sono diagnosticati in Cina 3,5 milioni di casi di cancro, 2,5 milioni dei quali mortali. I residenti rurali sono quelli più esposti ai tumori dello stomaco e dell’intestino a causa dell’acqua inquinata che a sua volta avvelena i terreni. Sempre di fonte ufficiale è il dato di 3,33 milioni di ettari di terre così contaminate dai metalli pesanti da non poter essere coltivate.
Secondo dati ufficiali, 280 milioni di cinesi bevono acqua insalubre mentre non meno di 110 milioni di persone vivono a meno di due chilometri da un sito industriale pericoloso.  (http://www.nytimes.com/2014/04/05/opinion/chinas-poisonous-waterways.html?_r=0)

Come confermano le cronache, che riportano almeno un disastro ambientale di vaste proporzioni l’anno, ultimo quello che nel novembre del 2013 ha devastato un quartiere della città portuale di Qingdao, nello Shandong. Allora l’esplosione di un oleodotto ha provocato la morte di 62 persone.
La mancanza di un sistema integrato di rimozione e trattamento dei rifiuti è all’origine dell’inquinamento del 90% delle falde idriche sotterranee delle maggiori città e del 70%dei laghi e dei.fiumi cinesi.
Più evidente l’inquinamento atmosferico, che nell’ultimo anno ha riempito le prime pagine dei media con le immagini di nebbie tossiche che avvolgono le grandi città facendo coniare il termine “Airpocalypse”. Il dicembre del 2013, secondo il China Daily, organo ufficiale, è stato il peggior mese dell’anno per la qualità dell’aria, con oltre l’80% delle 74 città monitorate al di sotto degli standard nazionali.(Beina Xu, China’s Environmental Crisis www.cfr.org/china/chinas-environmental-crisis/p12608).

L’inquinamento atmosferico sarebbe responsabile della morte prematura di un numero di cinesi che oscilla fra i 350mila e i 500mila, secondo un articolo pubblicato dal giornale medico  The Lancet, co-firmato da un ex ministro della sanità cinese, Chen Zhu, presidente della Chinese Medical Association. (http://www.scmp.com/news/china/article/1399671/ex-health-minister-endorses-finding-chinas-smog-kills-350000-year)
E’ vivere in queste condizioni che ha fatto nascere la coscienza ambientale dei cinesi.
La diffusione di dati e notizie resa possibile dai social network, oggi strumento primario di informazione e mobilitazione, nonostante i ripetuti tentativi del governo di imbrigliarli, l’ha rafforzata ed estesa, anche se ancora non si può parlare di un movimento organizzato neppure a livello locale. Del resto il governo non lo consentirebbe ma consapevoli delle resistenze crescenti e del livello di insostenibilità raggiunto dal modello di sviluppo, i vertici hanno deciso di prendere di petto la questione.

La “guerra” del premier Li include la chiusura di 50mila piccole fornaci a carbone, il taglio (in verità minimo, dell’ordine del 2%) di produzioni inquinanti come acciaio e cemento, l’allontanamento dalle città delle produzioni nocive, lo stanziamento di 330 miliardi di dollari per depurare le scarse risorse idriche (http://www.reuters.com/article/2014/03/05/us-china-parliament-pollution-idUSBREA2405W20140305).  Inoltre dall’1 gennaio di quest’anno 15mila fabbriche, incluse le più importanti imprese pubbliche, sono obbligate a riferire in tempo reale dati sulle emissioni atmosferiche e sugli scarichi nelle acque. Il governo si è anche impegnato a spendere 275 miliardi di dollari in 5 anni per ripulire l’aria e 330 miliardi di dollari per disinquinare le acque. Entro il 2015 la Cina spenderà 300 miliardi di dollari nelle energie rinnovabili, che hanno contribuito al 57% della nuova capacità di generazione nei primi 10 mesi del 2013.

Ma in questo quadro di forte impegno restano valide le asserzioni fatte da uno dei più noti ambientalisti cinesi, Ma Jun, in un’intervista del 2012 alla rivista economica Caixin. “Il peggio deve ancora venire” dichiarava allora l’attivista “il governo ha preso in considerazione l’aspetto ambientale in molte delle sue politiche. Ma con lo stesso modello di crescita economica e sviluppo, non ci sarà alcun cambiamento” . E aggiungeva “alla Cina non mancano le tecnologie o i fondi (per migliorare l’ambiente). Le manca il potere e la volontà di farlo”. Le leggi e i regolamenti esistenti, osservava infatti Ma,  non vengono fatti rispettare, soprattutto dai governi locali, ossessionati dall’aumento del Pil. (http://english.caixin.com/2012-07-06/100408195.html).

Negli ultimi tempi il governo centrale ha modificato i parametri sulla base dei quali valutare l’operato dei quadri locali, e la difesa dell’ambiente pare aver guadagnato punti sulla priorità allo sviluppo, che tuttavia continua a rimanere un pilastro della tenuta del sistema. Anche i ragionamenti gretti su ciò che porta ricchezza nelle casse e nelle tasche dei governanti non paiono essere cambiati. Così il degrado ancora oggi  avanza a una velocità maggiore della capacità di arginarlo.
La grande contraddizione è stata ben colta dal Global Times, organo ufficiale, che in un editoriale scritto in pieno crisi dello smog osservava come le misure contro l’inquinamento non abbiano ancora ridotto la gravità del problema. “Il fatto è” scriveva il giornale “ che il processo di industrializzazione cinese non è finito …E tuttavia l’inquinamento atmosferico ha suonato un campanello d’allarme per noi: se continuiamo su questa via il danno a lungo termine sarà grave. Come fare? E’ la sfida più difficile per la Cina, perché sia lo sviluppo sia l’ambiente pulito sono forti richieste del popolo cinese. Ma, nelle attuali condizioni tecniche, queste due necessità si contrappongono. In futuro il governo dovrebbe pubblicare dati ambientali veritieri e lasciare che la società partecipi al processo di soluzione del problema….La scelta tra sviluppo e protezione dell’ambiente dovrebbe essere fatta con metodi genuinamente democratici”. Considerazione sorprendente che solo la frase successiva chiarisce e riporta alla dimensione cinese con la raccomandazione che “i problemi ambientali non dovrebbero essere mescolati a quelli politici”.
(http://www.globaltimes.cn/content/755570.shtml).

Sarà possibile? E cosa garantirà meglio la tanto agognata “stabilità” sociale? Una sfida colossale nella quale il Pc cinese si gioca tutto.

 

Tratto dalla rubrica Osservatorio Cina di Global Project