OGM: è ora di dire basta!

Il Pioneer 1507 – prodotto dalla omonima ditta statunitense, leader mondiale nel miglioramento genetico applicato all’agricoltura – potrebbe essere il prossimo (dopo il Bt Mon 810, prodotto dalla Monsanto) mais Ogm autorizzato alla coltivazione in Europa. Il 12 febbraio il Parlamento Europeo ne ha discusso l’introduzione, ma di fronte alla contrarietà di 19 membri dell’Unione su 28 (tra cui Italia e Francia), la presidenza greca del Consiglio Ue ha deciso di non procedere alla votazione. Spetta ora alla Commissione decidere se – anche in mancanza di un voto favorevole o contrario – autorizzare la coltivazione del mais 1507.

L’introduzione sempre più insistente di organismi geneticamente modificati sui nostri territori mette a rischio la tutela della sovranità alimentare delle comunità, il loro diritto a decidere come coltivare la terra e il diritto alla salute – visto che, a oggi, non si hanno a disposizione dati precisi sull’impatto degli Ogm sulla salute umana e sull’ambiente. Oggi gli Ogm sono coltivati in soli 5 paesi dell’Unione: Spagna, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania, per un totale di 130mila ettari (su una superficie complessiva di 160 milioni di ettari coltivati in Europa) seminati a mais Mon810 nel 2012 (secondo i dati Coldiretti).

L’Italia fa parte di quei paesi contrari alla coltivazione di varietà geneticamente modificate in base al “principio di precauzione e di sussidiarietà”, come ha dichiarato lo stesso ministro per gli Affari europei, Enzo Moavero Milanesi, a proposito dell’introduzione del mais Pioneer 1507.

Già lo scorso luglio, con un decreto interministeriale il Governo italiano ha vietato per 18 mesi (fino al dicembre 2014) la coltivazione in Italia del Mon810, motivandone il divieto in base ai risultati di uno studio del Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura e dell’Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale, che evidenziavano l’impatto negativo del Mon810 sulla biodiversità e sugli organismi acquatici. Nonostante questo, l’imprenditore friulano Giorgio Fidenato, testa di cuoio della multinazionale Monsanto in Italia, dal 2010 coltiva mais Ogm in Friuli Venezia Giulia, a Vivaro (Pn). All’arroganza e alla prepotenza di fidenato e i suoi padroncini ci siamo opposti in più occasioni finendo per questo nelle maglie di quella stessa magistratura che dovrebbe tutelare i nostri territori dal pericolo OGM e che invece ha condannato e vorrebbe continuare a farlo decine di attiviste/i per aver estirpato una campo di mais OGM illegittimo. Nel frattempo Fidenato ha fatto ricorso al Tar del Lazio rispetto alla conformità del decreto ministeriale: la sentenza si avrà il prossimo 9 aprile, proprio nel periodo delle semine, e rischia di aprire le porte a una diffusione capillare degli Ogm sul territorio italiano, non solo in Friuli Venezia Giulia, ma anche in altre Regioni.

Segnali inquietanti arrivano, ad esempio, dalla Lombardia, dove la scorsa settimana oltre 600 imprenditori agricoli associati a Confagricoltura hanno sottoscritto e inviato alla Regione una “Petizione pro mais transgenico Mon 810”. Come è inaccettabile la presenza di Monsanto alla Fieragricola di Verona (che si è chiusa la scorsa settimana), per promuovere il diserbante Roundup e altri velenosi prodotti della “chimica verde” che minacciano il futuro dei nostri territori.

Nel frattempo, la Regione Friuli Venezia Giulia ha discusso all’inizio di quest’anno l’approvazione del regolamento regionale sulla coesistenza tra Ogm e colture convenzionali e biologiche, regolamento che, oltre a rappresentare un potenziale apripista per le coltivazioni OGM in Italia, si poggia su un falso scientifico, in quanto è tecnicamente impossibile impedire la contaminazione tra OGM e colture tradizionali dato che i pollini vengono trasportati dal vento per decine e decine di chilometri.

Il cibo e le filiere agricole saranno il focus di alcuni eventi internazionali che si svolgeranno in Italia il prossimo anno: l’Expo di Milano – “nutrire il pianeta” è il tema dell’sposizione universale 2015 – eF.i.co. (Fabbrica italiana contadina) a Bologna (per saperne di più su cosa nasconde la foglia di F.i.co. http://fogliadifico.noblogs.org/). Pensiamo che sia necessario rovesciare il punto di vista adottato da questi grandi eventi: difendiamo l’agricoltura familiare e su piccola scala anziché produzione industriale, l’autoproduzione delle sementi anziché gli interessi delle lobby sementiere, la biodiversità agraria anziché l’omologazione delle produzioni, l’agricoltura naturale e biologica anziché quella che fa uso di pesticidi e altre sostanze chimiche, le filiere corte e vicine anziché le grandi distanze che separano produttore e consumatore.

Per chi, come noi, da anni pratica il rifiuto degli Ogm attraverso varie mobilitazioni, dai volantinaggi informativi fino al sanzionamento diretto dei campi coltivati ad Ogm di Vivaro, è fondamentale rivendicare il diritto alla salute e alla sovranità alimentare.

Vogliamo iniziare un percorso di mobilitazione a fianco della piccola agricoltura contadina, di quegli agricoltori che lavorano la terra con rispetto, preservandone la biodiversità e valorizzando le differenze in campo, e riproducono a livello domestico le sementi, preservandole anno dopo anno, sovvertendo l’omologazione delle produzioni richiesta dall’industria agroalimentare. In questa direzione, vogliamo promuovere la creazione dal basso, nei territori, di “distretti di economia conflittuale”, oltre che solidale, capace di fare informazione e attivare azioni dirette di boicottaggio delle coltivazioni Ogm sui nostri territori, a partire dalle prossime semine di marzo.

Proponiamo un lavoro collettivo per realizzare una mappatura dei campi sperimentali dove saranno coltivati Ogm, uno strumento condiviso per monitorare e bloccare la diffusione di un’agricoltura chimica, monotona e dannosa.

Ci mobiliteremo anche in vista della sentenza del Tar del Lazio prevista per il 9 aprile prossimo, e della giornata internazionale delle lotte contadine del 17 aprile, per tutelare la piccola agricoltura naturale e la libertà di autoprodurre e scambiare sementi di varietà tradizionali e locali non ibridate.

 Centri sociali del Nord Est – Coalizione centri sociali Marche – Coalizione centri sociali Emilia Romagna

Articolo tratto da Global Project