Rinnovabili e V Conto Energia. Democrazia e Finanziarizzazione

Un nostro articolo di approfondimento e un’intervista a  Andrea Donega della Fiom di Padova.     

A poco più di anno di distanza da un pasticciato passaggio dal 2° al 3° e infine al 4° decreto sugli incentivi per le rinnovabili, denominato Conto Energia, stiamo assistendo a un ulteriore dibattito istituzionale per produrre il V Conto Energia.

Per una consapevole lettura dell’attuale bozza di decreto che sta girando nelle discussioni, serve prima considerare alcuni aspetti che possono far interpretare il vero senso degli attuali propositi di questo governo sul tema.

Il Conto Energia nasce nel 2007 in Italia sotto la spinta della necessità di approssimarsi al rispetto degli accordi di Kyoto in ambito europeo. L’Italia a quel tempo doveva affrontare una spesa di circa 42 euro al secondo per il non rispetto degli accordi. Le indicazioni della governance transnazionale in merito all’assurdo e continuo aumento del debito imponeva all’allora governo la necessità di iniziare la produzione da rinnovabili.

Quindi non per scelta di cambiamento, ma per mero saldo di “conto corrente bancario” presso la Comunità Europea.

Viene, quindi, utilizzata tramite l’AEEG (Autorità per l’Energia Elettrica e Gas) una delle voci presenti nella bolletta: componente A2 per lo smantellamento delle centrali nucleari; componente A3 per la promozione delle fonti rinnovabili; componente A4 per il mantenimento di regimi tariffari speciali; componente A5 per i contributi a ricerca e sviluppo. Tutte queste voci incidono per il 7% circa sui costi totali della bolletta.

Usufruiscono dei fondi provenienti dalla A3 non solo sistemi di produzione di energia da fonti rinnovabili, ma, per la lungimiranza politica in Italia che si distingue per essere anche criminale, le corporazioni degli inceneritori. Essi, con bilanci sempre in rosso, conquistano la possibilità di accedere a tali risorse considerandosi “ assimilabili” in virtù del fatto che, dal processo industriale di incenerimento dei rifiuti, si può ricavare energia. Questo passaggio ha permesso a tutti i sistemi che hanno un rendimento energetico di accedere ai finanziamenti attraverso il sistema dei certificati Verdi o CP6. Niente di meglio per cementifici, processi siderurgici ecct… che da subito hanno approfittato e stanno tuttora approfittando per rimpinguare le proprie casse a spese di tutti. Con questo trucco si stima che negli ultimi 20 anni i produttori di fonti assimilate abbiamo ricevuto contributi per circa 30 miliardi di euro pagati da tutti appunto sulle bollette (costo, almeno 800 euro all’anno a famiglia).

Altro elemento che ha caratterizzato il percorso dei conti energia è stata la dimensione nuova che l’energia ha assunto nei processi produttivi. Si è ampiamente discusso sul valore dell’energia in campo produttivo che si è trasformata da costo secondario a costo primario e quindi della sua nuova valenza, nel mercato, in quanto merce. In qualsiasi sistema capitalista la merce soprattutto se preziosa va accumulata ai fini del profitto.

Tutte le variazioni del conto energia si sono caratterizzate da una propensione allo sviluppo di grossi impianti di produzione da rinnovabili. Conosciute sono le enormi contraddizioni sull’utilizzo del territorio agricolo dove le colture venivano abbandonate per far posto ad enormi sistemi fotovoltaici. Il sistema di incentivazione utilizzato ha sempre permesso la speculazione di grandi investitori che nulla avevano di etico, bensì avevano grossa considerazione del payback economico dell’investimento.

Altro elemento da considerare è che tutti gli investimenti usufruivano di finanziamento bancario che poi veniva ritornato dal Gestore del Servizio Elettrico (GSE). In sostanza si muoveva e si muove tuttora risorsa bancaria. Tanti sono gli utili di commissione e d’interesse che le banche acquisiscono sui conti correnti aperti ad hoc per l’installazione di sistemi fotovoltaici. Una partita che se all’inizio pochi istituti bancari avevano capito ora se la giocano tutti. Nel bel mezzo della crisi per le banche che bloccano i finanziamenti sia a famiglie che ad imprese, trovare linee di credito garantite addirittura dal pubblico, è sicuramente un’occasione da non perdere.

Ed è proprio qui che si colloca il nuovo V Conto Energia pensato da “tecnici bocconiani” alle dipendenze del pensiero finanziario europeo.

Grossi movimenti di capitali finanziati possono essere elementi veicolati tramite le rinnovabili.

Quindi pochi impianti da pochi soldi e molti impianti da tanti soldi.

L’ipotesi di dimezzare l’attuale tariffa incentivante per piccoli impianti di 0,270 Euro al kWp alla prevista 0,165, la richiesta di estesone dell’obbligo di iscrizione al registro impianti dai 3 kWp (classica taglia per famiglia) significa rendere difficoltoso l’accesso delle famiglie ai classici 3 kWp di fotovoltaico. Nella crisi un nucleo familiare non può permettersi di investire nel fotovoltaico quando non riesce ad arrivare alla fine del mese. Ha bisogno necessariamente di un finanziamento che però con le previste riduzioni degli incentivi risulta rischioso. Diverso è il grosso finanziamento che prevede un ritorno con tariffe ribassate ma proporzionalmente meno dei piccoli impianti. Risaputo anche che i grandi investimenti abilitano rapporti di forza contrattuale sui tassi di interessi passivi ben diversi da contrattazioni fatte da lavoratori precari, cassaintegrati comunque figure con futuro incerto che determinano la cosiddetta “classe di rischio alto ” come stabilito nelle valutazioni finanziarie  dal Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria.

Si ritorna quindi, per strade diverse, molto più tecniche, ad esprimere la natura politica di questo governo che tende a “finanzializzare” le rinnovabili privilegiando i grossi impianti e limitando i piccoli.

Quando si parla di denaro utilizzato per incentivare l’energia prodotta da rinnovabili si dovrebbe considerare investimento. A differenza delle fonti tradizionali, dove le risorse finanziarie devono far fronte alla necessità di continuo approvvigionamento di combustibile, spesso da Paesi politicamente instabili, in questo caso gli investimenti vanno a favore dello sviluppo tecnologico e della generazione distribuita ed efficiente di energia, con conseguenti benefici per il sistema elettrico nel suo complesso e per gli utenti finali. Una volta superato il sistema degli incentivi, gli effetti della potenza fotovoltaica installata saranno positivi e vedranno la diminuzione del valore delle importazioni e del costo dell’energia elettrica.

Ora il limitare piccoli impianti assume significato politico quando si considera che circa il 15% dell’energia che consumiamo serve assolutamente Oggi nell’era moderna, per la vita. L’abitare notturno, la conservazione di alimenti, il riscaldare le abitazioni, la mobilità, la sanità l’attività legata all’informazione, al mondo del sapere, alla cultura sono degli esempi di attività indispensabili che per esistere hanno bisogno di energia. Possiamo dire che una quota procapite è necessaria per la vita quindi quella quota è un bene comune di ogni persona deve disporre soprattutto in modo gratuito. I piccoli impianti sopra i tetti delle proprie case rappresentano proprio lo strumento per l’accesso a un bene comune che è l’energia derivante dal sole. Impedire questo significa ledere ancora il diritto democratico di accesso alle fonti rinnovabili aggravato dalla negazione di uso di un bene comune. Questa impostazione sulle rinnovabili si rivela in sintonia con tutte le scelte che negli ultimi mesi il governo ha fatto: dai tagli sul welfare al mercato del lavoro, dalle pensioni all’articolo 18 l’elemento di continuità è la diminuzione della democrazia a tutti i livelli.

A fronte di sostenibilità e bene comune, temi di cui oramai tutti riempiono i dibatti in particolare se pubblici, urge la necessità di fare chiarezza su cosa e come si costruisce una realtà che comprenda concretamente questi concetti:

  • semplificazione delle procedure

  • riduzione drastica del sistema dei registri, esteso agli impianti fino a 3 kW;

  • apportare all’attuale sistema delle modifiche che siano coerenti con l’obiettivo di sviluppo della “Smart grid”,

  • incentivare una produzione rinnovabile “diffusa”;

  • una revisione dei meccanismi di finanziamento che ne consentano l’accesso a tutti utilizzando sistemi di relazione bancaria che si intersecano con il tema del welfare e del reddito di cittadinanza;

  • introdurre concetti statutari e giuridici che definiscano l’obbligo di autoproduzione di energia da rinnovabili;

  • favorire sistemi di produzione da rinnovabile di media potenzialità ma con proprietà collettiva e obbligo esclusivo di autoconsumo eliminazione degli incentivi ai processi industriali inquinanti o non rientranti all’interno di criteri ecosostenibile.
  • eliminazione di tutti gli oneri impropri e di tutte quelle voci di costo che sono caricate sulla bolletta elettrica tipo: Ef-En finalizzata all’uso efficiente dell’energia, gettito 45 milioni di euro all’anno. La tassa sul mercato elettrico, una delle numerose voci occulte della bolletta serve per compensare i costi cosiddetti “irrecuperabili” dell’Enel a causa della liberalizzazione del mercato.Sono solo alcuni elementi sull’argomento, che consentono di verificare la volontà di mettere al centro di un modello di sviluppo, il bene delle persone e dei cittadini e non i profitti di corporazioni.
  •  Redazione di EcoMagazine

  • Riflessioni sulla questione energetica: intervista con Andrea Donega della Fiom di Padova

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