Non è un Paese per ambientalisti. Lo scandalo Tempa Rossa travolge il ministro per lo Sviluppo economico

«La chiamo per darle la buona notizia, si ricorda che tempo fa c’è stato casino e che avevano ritirato un emendamento? Pare che oggi riescano ad inserirlo nuovamente al Senato… pare ci sia l’accordo con Boschi e compagni. È tutto sbloccato». Questa è la trascrizione della telefonata effettuata il 5 novembre 2014, dal petroliere Gianluca Gemelli, compagno della ministra per lo Sviluppo economico, Federica Guidi, al dirigente della Total Giuseppe Cobianchi.

La “buona notizia” in questione è che il progetto Tempa Rossa, un inquinante impianto di estrazione a Corleto Perticara, in provincia di Potenza ed a ridosso dal parco nazionale dell’Appennino lucano, inizialmente stralciato dallo Sblocca Italia, era stato reinserito grazie alle pressioni della compagna ministra. Cinque minuti prima, la stessa ministra aveva telefonato al Gemelli, rassicurandolo sul suo progetto. “Dovremmo riuscire a mettere dentro al Senato se è d’accordo anche Maria Elena quell’emendamento che mi hanno fatto uscire quella notte, alle quattro di notte”. La Maria Elena in questione, è la ministra con delega all’attuazione del Programma di Governo, Boschi. Altro personaggio che puntualmente sale alle cronache per le strette parentele finite sotto inchiesta, come nel recente caso di Banca Etruria.

L’emendamento è stato puntualmente approvato e ancora una volta il nostro Paese ha svenduto un suo pezzo di territorio pubblico ai petrolieri privati. Un “regalo”, per le sole aziende di Gianluca Gemelli di circa 2 milioni e mezzo di euro di subappalti.

Da sottolineare che il progetto è stato approvato qualche giorno prima che il nostro capo di Governo, Matteo Renzi, volasse a Parigi, davanti all’assemblea di Cop21, per raccontare quando brava fosse l’Italia ad investire sulle rinnovabili.

Stavolta però la pubblicazione dell’intercettazione che non lascia spazio ad equivoci, ha inguaiato la ministra che proprio ieri ha rassegnato le dimissioni. Dimissioni chieste dall’opposizione ma prontamente accettate anche dalla maggioranza. Va sottolineato che il solo a non voltarle le spalle è stato Silvio Berlusconi che per le intercettazioni, evidentemente, ha una idiosincrasia tutta sua, e non ha perso l’occasione di bollarle ancora una volta come “inaccettabili” in un Paese democratico.

C’è da dire che le intercettazioni sono solo l’aspetto più teatrale di una inchiesta sulla quale la Procura di Potenza sta indagando da quasi tre anni e che ha messo sotto inchiesta una sessantina di persone, tra ex sindaci, dirigenti dell’Eni e di altre aziende appaltatrici, dirigenti regionali e dipendenti pubblici. Oltre al già citato Gianluca Gemelli, proprietario di ben due società petrolifere, accusato di concorso in corruzione e millantato credito per aver promesso vantaggi agli imprenditori in cambio del suo rapporto col ministro.

Sotto sequestro preventivo, sono state posti gli impianti incriminati, bloccando l’attività in Val d’Agri dove si estraevano circa 75mila barili di petrolio al giorno.

Secondo gli inquirenti, i dirigenti dell’Eni, accusati di traffico e smaltimento illecito di rifiuti, sforavano volutamente il tetto di inquinamento imposto dalla normativa e inviavano dati “non corrispondenti al vero, parziali o diversi da quelli effettivi” agli enti di controllo. I rifiuti pericolosi inoltre, venivano trasformati in ordinari e smaltiti come tali con la complicità delle aziende appaltatrici con un guadagno valutabile, sempre secondo la magistratura, tra i 44 e i 110 milioni all’anno.

“Per risparmiare denaro si sono ridotti ad avvelenare il territorio con meccanismi truffaldini” ha sintetizzato il Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, che in conferenza stampa ha restituito il quadro di un fitti intreccio di rapporti malavitosi tra petrolieri e politica, con la complicità delle strutture regionali di controllo.

Il tutto a pochi giorni dal referendum sulle attività estrattive in mare. Giustizia ad orologeria? Il procuratore Roberti nega decisamente: “Le richieste di misura cautelare sono state presentate tra agosto e novembre del 2015. Prima del referendum e in tempi non sospetti”. La pubblicazione delle intercettazioni ha comunque fatto arrabbiare Matteo Renzi che si è sperticato ad assicurare che lo scandalo della Tempa Rossa e le dimissioni del suo ministro non hanno nulla a che vedere con il Sì al referendum del 17 aprile.

La realtà è un’altra. Ancora una volta, le inchieste della magistratura non hanno fatto altro che confermare – pur con il consueto ritardo – le tesi degli ambientalisti secondo le quali il Governo Renzi si fa forte di uno strettissimo legame con le lobby petrolifere. Lobby che perseguono interessi propri, non di rado con metodi truffaldini per non dire mafiosi, inquinando il Paese e mercificando beni comuni.

Le dimissioni della ministra Guidi dimostrano che dietro l’attività estrattiva si celano interessi privati miliardari e non il semplice mantenimento dei posti di lavoro, come sostengono i fautori del No.

Come è stato per l’acqua, il referendum sulle trivelle ha una valenza politica che travalica il quesito sull’opportunità di rinnovare o no le concessioni estrattive a mare.

Il voto del 17 aprile sarà una occasione per ribadire al Governo che il futuro energetico che vogliamo per il nostro Paese è quello che la stessa Italia si è impegnata a costruire a Cop21. E non è quello che continua ad inseguire quei combustibili fossili tanto cari ai loro “amici” petrolieri.

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