No, il piano Colao di “verde” non ha proprio niente. E’ il solito regalo alle mafie e alle lobby del cemento

Non è che se li sia dimenticati. E’ che proprio non gliene frega niente. I cambiamenti climatici non fanno semplicemente parte del bagaglio di conoscenze di un economista rampante come Vittorio Colao, che si è formato lavorando nelle più importanti aziende private del Paese. Non ultima la Vodafone, di cui è stato per tanti anni amministratore delegato. 

Nelle tredici parole chiave del piano che ha presentato al Governo, l’emergenza climatica non e neppure menzionata.  Eppure dovrebbe essere questa la base su cui impostare una vera ripartenza, approfittando di un momento come questo in cui la pandemia ci ha dato l’opportunità di ridisegnare l’economia del Paese e di avviarla verso una vera sostenibilità, ambientale e sociale. Ed invece, i cambiamenti climatici non sono neppure stati presi in considerazione. “Ripartire”, per il comitato di esperti guidati da Colao, vuol dire semplicemente ricominciare tutto come prima. Anzi, più di prima, come a voler recuperare da un punto di vista finanziario, il tempo perduto. Altro non si trova in quelle pagine che una “Colaoata di cemento”, come qualcuno l’ha definita. Il solito pastone di grandi opere utili solo a chi le fa, inquinamenti e cementificazioni a man bassa, con le inevitabili mercificazioni di ambiente e di diritti a contorno. Il tutto, da condurre sotto la solita logica del commissariamento, delle leggi speciali e della deroga a tutte le norme di tutela ambientale e di garanzia di trasparenza degli appalti e delle concessioni. Eccola qua, la “ripartenza” del Governo Conte. Niente da dire: un bel regalo alle mafie! 

L’incredibile, è che si stia cercando di farlo passare come un piano di rilancio improntato su una forte valenza ecologista! Ma basta scorrere le pagine del rapporto per capire che le cosiddette “grandi opere strategiche” – quelle che hanno inquinato e devastato l’Italia non soltanto dal punto di vista ambientale ma anche della democrazia – godranno di una autostrada privilegiata che neppure la famigerata legge Lunardi – Berlusconi si sarebbe sognata di concedere, bypassando tutte le (poche) norme di tutela ambientale che ancora resistono. 

Anche il capitolo dedicato alla gestione del patrimonio artistico, storico e culturale, è un incubo ad occhi aperti perché il piano prevede l’azzeramento di tutte le procedure speciali di tutela. E non si tratta di un semplice errore. La commissione sapeva benissimo cosa faceva. Il problema, come abbiamo scritto, sta alla base. L’idea di “bene comune” non è mai entrata nei piani di studi, e nelle teste, dei manager da aziende private che hanno steso il piano. Arte, paesaggio, ambiente sono visti solo come strumenti, o merci se vogliamo, da valorizzare solo nella misura in cui si rivelano utili a far ripartire l’economia da rapina che “ladrava” prima e che vorrebbe “ladrare” ancora. La stessa economia che è stata non soltanto la causa del problema ma il problema stesso.

Il piano Colao propone addirittura di bypassare tutti i collegamenti al Green Deal che l’Europa ha chiesto per l’accesso al Recovery Fund e concede ampia facoltà di andare in deroga alle norme di tutela comunitarie per le concessioni idriche, autostradali. Non sono state poste neppure limitazioni ai contributi dedicati alle multinazionali del fossile che oggi ammontano a 19 miliardi di euro. Anche sul capitolo sulla gestione dei rifiuti, viene legittimata la loro “trasformazione in energia”. Leggi: incenerimento.

Un piano, insomma, più nero che verde, e che va esattamente nella direzione opposta a quella delineata dagli accordi sul clima, verso la quale bisognerebbe puntare con decisione ed investire le nostre risorse.

Da notare che, in tutto il piano Colao, la parola “ambiente” viene usata solo collegata al termine “infrastrutture”. Il titolo della seconda scheda è proprio: “infrastrutture e ambiente, volano nel rilancio”. Ma le infrastrutture alle quali pensa l’ex amministratore delegato della Vodafone, l’ambiente se lo divorano! A questo punto, la scritta “rivoluzione verde” che compare nel logo iniziale e che, ci scommettiamo, gli è stata suggerita dall’Ufficio Marketing, sembra, più che una barzelletta, una presa per il sedere!

Ma c’è un’ultima, importante considerazione che sono in pochi ad averlo sottolineato. Nella scheda “Semplificazione procedure di aumento di capitale” troviamo addirittura una proposta chiamata “Voluntary Disclosure”, che sta per “rivelazione volontaria”. L’hanno scritta in inglese perché fa più figo e si capisce meno. Allo scopo di far emergere la cosiddetta “economia sommersa” e che è stata valutata da Colau sui 170 miliardi di euro all’anno, il piano prevede la possibilità per questi capitali di beneficiare di uno speciale condono per farli entrare nei circuiti finanziari e spingere la “ripresa”. Ma “economia sommersa” altro non significa che “soldi in nero”: denaro cioè che proviene da attività più o meno lecite, come evasione fiscale, tangenti, sottrazioni di bilancio, mancati pagamenti o addirittura narcotraffico! Denaro sporco che il piano Colao trasformerebbe immediatamente in denaro pulito perché la mafia – chi altri, se no? – potrebbe accedere al condono senza dover dare nessuna spiegazione sula provenienza illecita di questi capitali.
Una volta, si chiamava “riciclaggio”.

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Non è che se li sia dimenticati. E’ che proprio non gliene frega niente. I cambiamenti climatici non fanno semplicemente parte del bagaglio di conoscenze di un economista rampante come Vittorio Colao, che si è formato lavorando nelle più importanti aziende private del Paese. Non ultima la Vodafone, di cui è stato per tanti anni amministratore delegato.  Nelle tredici parole chiave del piano che ha presentato al Governo, l’emergenza climatica non e neppure menzionata.  Eppure dovrebbe essere questa la base su cui impostare una vera ripartenza, approfittando di un momento come questo in cui la pandemia ci ha dato l’opportunità…

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