Doha: porta di entrata per un futuro infernale.

Alla fine ce l’hanno fatta. Dopo una serie di colpi di scena è stato approvato a  colpi d’ariete della presidenza qatariota e sul filo del rasoio  (nonostante la resistenza in zona Cesarini della Russia) il “Doha Climate Gateway”. Una porta di entrata per il futuro con l’estensione del protocollo di  Kyoto, il riconoscimento del risarcimento per danni causati dai  cambiamenti climatici e l’impegno dei paesi industrializzati di  stanziare per lo meno una somma pari alla media di quanto sborsato in  aiuti climatici negli ultimi 3 anni. Una  proposta di minima visto che troppi erano i gap da colmare. E’ uno dei  tanti paradossi di questa Conferenza delle Parti sui mutamenti climatici che è conclusa sul filo del precipizio a Doha, città simbolo di  opulenza, immenso cantiere a cielo aperto, sede un incontro che  all’inizio si annunciava come un appuntamento di transizione. Così non è stato. Le ultime fasi del negoziato del livello “ministeriale” si sono  protratte ben oltre i tempi previsti, tra mancanza di volontà politica  di ridurre drasticamente le emissioni di gas serra, (Stati Uniti in  particolare) e richieste insoddisfatte di un aumento dei fondi per  sostenere i paesi in via di sviluppo o rapida industrializzazione verso  un’economia a basso contenuto di carbonio, – la Cina nello specifico, ma non solo. Ed un ultimo colpo basso della Polonia con dietro le spalle  Russia ed Ucraina intenzionate a proteggere il loro diritto di vendere  alte quote di permessi di emissione fino al 2020, anche se ciò avrebbe  portato al fallimento totale della Conferenza. Così nella “land of  plenty” del Qatar, l’ occasione per l’Emiro Hamad bin Khalifa al Thani di proporsi al mondo come paladino dell’ambiente rischiava di sfumare per  una questione di quattrini, e per manifesta incapacità dei suoi  diplomatici. Se non fosse bastata la condanna  all’ergastolo per Mohammed al-Ajami, un poeta giudicato colpevole di  “sovversione del sistema di governo” e “offesa all’emiro” per una sua  poesia dedicata alla “Tunisia dei gelsomini”. Anche qui a Doha si riverberano gli effetti della “crisi” finanziaria in Europa, che a  Durban aveva messo assieme paesi poveri ed insulari salvando il  negoziato , e che poco dopo, vista l’incapacità di tener fede alle  promesse di aiuti finanziari, ha visto indebolirsi il suo potere di  trattativa. La morsa del Fiscal Compact, e delle politiche di austerità  sostenute dalla BuBa e dalla Cancelliera Angela Merkel stanno così  avendo un effetto devastante anche sul profilo internazionale  dell’Unione già compromesso dalla posizione oltranzista di Varsavia. A  Doha c’era da concludere il Piano di Azione di Bali su temi quali  adattamento, mitigazione, foreste, trasferimenti di tecnologie,  finanziamenti, strumenti di attuazione, il prossimo regime di riduzione  delle emissioni globali. Si è faticato fino all’ultimo secondo per poter passare la palla al gruppo di lavoro creato a Durban che dovrà trattare un accordo globale vincolante per tutti entro il 2015, per entrare in  vigore nel 2020. Fumo negli occhi di Todd Stern, negoziatore di  Washington. Un passo in avanti però c’è stato, si riconosce per la prima volta il diritto dei paesi insulari al risarcimento per le “perdite e  danni”” per i danni subiti a causa dei cambiamenti climatici. Fino  all’ultimo è rimasta aperta la questione finanziaria, ovvero come  reperire quel che resta dei 30 miliardi di dollari promessi a Copenhagen per il 2010-2012, e arrivare ai 100 miliardi l’anno entro il 2020. A poco è servito che  l’Inghilterra annunciasse lo stanziamento di 2,2 miliardi di dollari,  seguito a ruota da altri paesi europei, (Germania, Francia, Olanda,  Svezia, Svizzera e UE) per un totale di 6,85 miliardi di dollari per i  prossimi due anni, un’ aumento rispetto al biennio 2011-2012. Inoltre i paesi donatori chiedevano di verificare come quei soldi  verranno spesi nei paesi in via di sviluppo, questi ultimi chiedono  invece che si faccia un verifica degli impegni di spesa dei primi.  L’onda lunga di questo gioco al rimpiattino si è fatta sentire anche nel negoziato sulle foreste, che ha prodotto un risultato inferiore alle  aspettative. Se ciò non bastasse. nonostante le  decine di morti causate nelle Filippine dal tifone Bopha, i governi non  sono riusciti ad accordarsi su come colmare quel differenziale di 6-15  gigaton di emissioni che marcano l’inadeguatezza degli attuali impegni  di riduzione. O il cosiddetto “ambition deficit”, ossia il differenziale tra la percentuale attuale delle riduzioni di emissioni: 11-16% attuali rispetto a quelle necessarie entro il 2020, ovvero il 25-40% sui  livelli di emissione del 1990. Temi che riemergeranno con virulenza nei  prossimi anni. La COP18 riesce nonostante  tutto a rimettere faticosamente in carreggiata il Protocollo di Kyoto  confermando il “Second commitment period” cioè il secondo periodo di  impegni di taglio delle emissioni di gas climalteranti che i Paesi  industrializzati avrebbero dovuto assumersi dopo il 2012. Un obiettivo  di basso profilo, visti i molti tentativi di far deragliare l’unico  Protocollo realmente vincolante assieme a quello di Montreal. Dal 1 gennaio 2013 inizierà Kyoto 2, ma vedrà li paesi parecipanti, quali Unione Europea,  la Svizzera, l’Australia e la Norvegia rappresentano solo il 15% delle  emissioni globali. La loro adesione a Kyoto, gli avrebbe permesso di  consolidare il mercato del carbonio (come il sistema ETS europeo o  quello australiano, che nei prossimi anni andranno a convergere) , uno  dei meccanismi flessibili di Kyoto particolarmente voluto dai Paesi  industrializzati, perchè permette una mitigazione a basso costo.Ed  invece uno dietro l’altro i paesi aderenti hanno annunciato   inaspettatamente di voler rinunciare all’acquisto di crediti di  emissione fino al 2020 quando terminerà Kyoto 2.   Il rimanente 85%  delle emissioni, provenienti da Stati Uniti (con 17 tonnellate e passa  procapite all’anno di CO2) e Cina (con poco più di 7 tonnellate  procapite allo stesso livello dell’UE) verranno gestite all’interno del  percorso negoziale nato a Durban un anno fa, verso un regime non  vincolante ma di “pledge and review”, impegni volontari da verificare  collettivamente. Kyoto 2, sebbene rimanga in piedi legalmente, dovrà  essere riempito di significato, di numeri e di percentuali. La rigidità  di Stati Uniti, che non hanno mai ratificato Kyoto, del Giappone o del  Canada, che dal Protocollo è uscito un anno fa a causa degli interessi  economici ingenti legati alle sabbie bituminose in Alberta ed al loro  sfruttamento, è stato uno degli elementi di blocco di un negoziato che,  secondo le regole mutualmente decise nel corso degli anni, sarebbe  dovuto arrivare naturalmente ad adottare un regime vincolante. D’altra  parte la Cina, che nasconde dietro al gruppo del G77 i suoi interessi di potenza mondiale ormai emersa, non accetta alcun vincolo multilaterale  che metta in discussione il suo sviluppo impetuoso ancora fondato sullo  sfruttamento del carbone e del nucleare. Kyoto è necessario, ma non è  assolutamente sufficiente. Non lo era prima, tanto meno lo sarà oggi. Il picco di emissioni di C02, dice il Panel di scienziati dell’IPCC,  dovrà essere raggiunto nel 2015 per poi decrescere. Questo poter sperare di far rimanere la concentrazione di C02 sotto i 450 ppm e l’aumento  della temperatura media globale sotto i 2°C, che però può significare  +4°C – +6°C in altre parti del mondo, basti pensare all’Africa  subsahariana che rischia di perdere in pochi anni buona parte dei suoi  raccolti agricoli (con buona pace della sovranità alimentare) e alla  Groenlandia, che ha visto scomparire quasi del tutto la sua calotta  glaciale durante l’ultima estate boreale. Cosa che, ironia della sorte  renderebbe assai meno costoso lo sfruttamento delle proprie risorse  petrolifere. La prossima Conferenza delle Parti che si terrà a Varsavia  lascia poche speranze, vista l’ostinazione con la quale la Polonia ha  cercato di affossare il protocollo di Kyoto e con esso tutto il  negoziato. In molti stanno già guardando alla COP20 che si terrà a  Parigi, quando – si spera – l’Europa avrà un’altra guida ed altre  ambizioni. Pubblicato in Il manifesto 9 dicembre 2012 di Francesco Martone (SEL) e Alberto Zoratti (Fairwatch)

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