Il reflusso dell’onda lunga del Vajont

di Ics – Il 5oesimo anniversario della strage del Vajont, costata la vita a quasi 2000 persone, ha riacceso i riflettori su quella dolorosa vicenda. In questi giorni, infatti, non si contano le righe spese dai media nazionali nel raccontare i fatti che hanno preceduto quel maledetto 9 ottobre del ’63 e dei tragici giorni successivi. Di quei momenti, oramai, sappiamo quasi tutto. O meglio, viste anche le possibili recenti “rivelazioni”, sappiamo dove debbono essere ricercate e identificate le responsabilità di una tragedia ampiamente annunciata, dopo che per anni si è tentato di insabbiare la verità arrivando per sino a definirla una “calamità naturale”. Eppure, era tutto nero su bianco, in quelle coraggiose pagine scritte da Tina Merlin che per prima denunciò la criminosa omertà che accompagnò la realizzazione di quella diga. Ma all’indignazione dovuta alla consapevolezza che quella tragedia poteva e doveva essere evitata, nel rileggere quelle righe a distanza di mezzo secolo, si aggiunge la rabbia di vedere che quel “modus operandi” si è protratto fino ai giorni nostri e si ripropone ogni qualvolta che una grande opera viene imposta “sulla pelle viva” delle comunità locali e dei territori.

Vecchi e nuovi speculatori e predatori, oggi come allora, in “ragione” di una “pubblica utilità”, che ha il principale scopo di ingrassare le loro tasche, espropriano, devastano e privatizzano, in una scandalosa cornice di menzogne. La stessa vergognosa similitudine con i giorni nostri può essere estesa anche a tutto il processo relativo alla ricostruzione dei paesi colpiti dall’onda: dalla gestione dei fondi alle new town. Significativo in questo senso è il caso della comunità di Erto, che ha lottato con determinazione per anni per poter rientrare nelle proprie case. Tutt’ora, una parte del paese vecchio è ancora abbandonato mentre una parte della comunità “scelse” di andare a vivere nel paese di Vajont, una new town dell’epoca. Lo stesso “razionalismo urbanistico”, lo stesso non-luogo fatto di case tutte pressoché uguali lo rivediamo oggi all’Aquila. Ed e’ su questo secondo aspetto della “vicenda Vajont”, ovvero del “post-Vajont” che gran parte della verità deve ancora emergere. A indagare su questi aspetti ci si è messa un’altra donna, un’altra giornalista, Lucia Vastano, che nel suo “Vajont, l’onda lunga” (Ed. Ponte alle Grazie), racconta il malaffare e le speculazioni che hanno caratterizzato la gestione dei colossali finanziamenti della ricostruzione.

Un’onda lunga caratterizzata dalla stessa medesima logica: il profitto. Un’onda che sembra non finire mai, che continua, sfacciatamente nel suo reflusso, a calpestare la dignità di questo territorio. E non solo, perché la storia di quei luoghi fa parte di una coscienza collettiva più ampia, dell’intera umanità. Per questo motivo, la possibilità che si possa ancora prendere in considerazione la possibilità di sfruttare per scopi idroelettrici l’acqua di quel torrente è un affronto ai significati più profondi di una vicenda che, per l’alto valore simbolico, ci coinvolge tutti.  Mi riferisco al progetto di realizzazione di una centrale idroelettrica presentato circa due anni fa, che se venisse realizzato sfrutterebbe il salto di quota dell’acqua del torrente Vajont che esce dallo scarico della diga. L’acqua che attraversa quel famoso by-pass costruito poco prima della frana, prova inconfutabile che chi doveva sapere, sapeva benissimo o forse, addirittura ne aveva programmato l’esito. Un progetto di cui nessuno sta parlando nonostante la grande esposizione mediatica di questo periodo, come se non si potesse “turbare” il clima pacificatorio di cui necessita il buon esito della passerella istituzionale che sta andando in scena in questi giorni. Eppure non possiamo far finta di nulla, perché, come ha detto Mauro Corona “quella non è più l’acqua del Vajont, ma della disgrazia del Vajont, e non la si può più usare, perché ha assunto un altro valore, un altro significato.”

Che tra i promotori del progetto vi sia EN&EN, una società privata legata agli industriali bellunesi  già impegnata nella realizzazione di altre centrali idroelettriche, non mi sorprende. In questo territorio, li conosciamo bene questi personaggi. Ciò che lascia increduli, invece, è il coinvolgimento dei tre comuni interessati: Erto e Casso (PN), Castellavazzo (BL), Longarone (BL). Com’è possibile che le istituzioni più rappresentative di quei luoghi possano accettare di poter fare “introiti” con quell’acqua? Com’è possibile, anche su quell’acqua, pensare di poter realizzare una centrale idroelettrica? Qui non si tratta di una questione ambientale, ma di come un bene comune come l’acqua possa essere sempre ed esclusivamente ridotto al suo valore economico, ai profitti che può generare, anche se si tratta di “quell’acqua”.

Come ogni rincorsa all’oro che si “rispetti” non c’è spazio per questioni etiche e poco importa se il 90% dell’acqua di questi territori è già sfruttata per scopi idroelettrici e irrigui. Lì si può fare profitti, come su tanti altri torrenti bellunesi su cui ricadono oltre un centinaio di nuove richieste per nuove concessioni idroelettriche. Torrenti che rappresentano le arterie vitali di un altro monumento dell’umanità e oggi patrimonio Unesco: le Dolomiti.

Purtroppo per questi amministratori, come per tanti loro colleghi, però, c’è chi in queste montagne non ha smesso di dar battaglia e con tenacia le sta difendendo, dai vecchi e nuovi sciacalli, da chi lo vuole depredare, inquinare, cementificare e in definitiva, impoverire. Perché la ricchezza di un territorio non si misura esclusivamente in euro.

Tratto da GlobalProject e Bellunopiù

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