Ripartire dalla Costituzione. Intervista con Leonardo Arnau

di Aurora D’Agostino – “Costituzione, la via maestra” è lo slogan della manifestazione in programma i prossimo sabato 12 ottobre a Roma. A tale proposito, ne parliamo con Leonardo Arnau, avvocato, Presidente dei Giuristi Democratici di Padova, uno dei sottoscrittori dell’appello alla mobilitazione assieme a personalità come Zagrebelsky, Carlassare, Landini, Rodotà e Ciotti.

A Roma si terrà l’ennesima manifestazione “in difesa della Costituzione”. Che senso ha oggi, in questo particolare momento della vita sociale e politica ?

Mai come in questo momento della vita politica e sociale del nostro Paese la distanza tra le  istituzioni ed i cittadini appare farsi sempre più incolmabile. Le differenze economiche e sociali crescono, le disonestà individuali o collettive si tramutano in corruzione dell’intero sistema, la distanza tra stato e società e tra organi rappresentativi istituzionali e cittadini non è mai stata così elevata. La possibilità di contare e di decidere sulla propria vita e sul proprio futuro è quotidianamente frustrata da decisioni verticistiche e apparentemente immodificabili. Così, lo stesso desiderio di partecipazione politica si affievolisce, riducendosi a esplosioni di rabbia o a rassegnazione. Prevale l’idea che non ci sia più nulla da fare perché ogni scelta è obbligata e «imposta dall’Europa» (cioè dai mercati finanziari). Il modello sociale europeo è cancellato dalle compatibilità economico-finanziarie in una concezione dell’economia che non lascia spazio alla politica. L’attuale pensiero unico e il conseguente orizzonte politico sono invece modificabili. Esiste un’alternativa alle politiche che, in tutta Europa, stanno distruggendo il tessuto sociale senza dare soluzione a una crisi che non accenna a diminuire, nonostante le rassicurazioni di facciata. È un’alternativa che si fonda sulle promesse di civiltà contenute nella nostra Carta fondamentale. Noi vogliamo che questi principi siano attuati e posti alla base delle politiche economiche e sociali.  Difendere la Costituzione vuol dire promuovere un’idea di società diversa da quella di coloro che hanno lavorato negli ultimi vent’anni per svuotarla e, con la riforma ora proposta dal Governo, operano dichiaratamente per manometterla. È un dovere tanto culturale quanto politico che richiede sia chiaro a tutti il valore della posta in gioco. Non si tratta della difesa d’un passato che non ritornerà, ma un programma per un futuro da costruire in Italia e in Europa.

La Costituzione oggi. Un tema che pare, nella vita quotidiana della maggioranza dei cittadini, assolutamente lontano, al punto che qualcuno pensa ancora, e certamente questo fa molto pensare, che le norme costituzionali pongano principi “programmatici”, ben lontana com’è l’attuazione di quegli elementi fondanti come uguaglianza, non discriminazione, solidarietà, diritto alla salute, diritto al lavoro, ma anche ai servizi , all’aiuto. Per non parlare dei limiti in senso sociale alla proprietà privata ed all’iniziativa privata. Guardiamo alla vicenda dell’Ilva e ci sentiamo tutti tanto lontani da quelle statuizioni…

Negli ultimi vent’anni da più parti si è espresso vivo allarme per lo stato di calamità costituzionale ed il trauma cui sono stati sottoposti l’ordinamento democratico e lo stesso Stato di diritto dopo la lunga riforma cominciata con l’abbandono della proporzionale e l’entrata in scena di Berlusconi con il proposito di affermare un modello di democrazia immediata, decisionale ed autoritaria. Il tentativo di soffocare la sovranità popolare esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione, trasformandola in una mera investitura al “sovrano del popolo”, già denunciato da Dossetti nel 1995, ha avuto negli ultimi anni una brusca accelerazione. La degenerazione populistica del sistema politico, con la pretesa incarnazione della volontà popolare nella volontà di un suo unico rappresentante e leader, nega la complessità sociale, violenta la comunità civile e l’ambiente, priva i cittadini dell’agibilità politica e innalza sopra ogni altra cosa il primato dell’interesse privato. Essa ha interrotto altresì la trasmissione dei valori costituzionali da una generazione all’altra, aprendo un grave problema tra i giovani, lasciati privi di orientamento, di memoria storica e di capacità di pensare il futuro. L’abbandono dei valori costituzionali di giustizia, di eguaglianza e di pace, ha portato all’adozione di politiche crudeli contro profughi, naufraghi e migranti, all’emanazione di leggi e ordinanze di sapore razzista che colpiscono la condizione personale dello straniero in quanto tale, al deterioramento dell’immagine dell’Italia all’estero. Tuttavia, nonostante quanto è stato fatto per nascondere la Costituzione nei discorsi della politica ufficiale, nella quale la si evocava solo per la volontà di cambiarla, i valori costituzionali, in questi anni, sono stati fortemente avvertiti.

Difendere la Costituzione o iniziare ad utilizzarla come “arma offensiva”, come propone nei suoi interventi Lorenza Carlassare ?

Negli ultimi anni, la difesa di diritti costituzionali, dalla gestione dei beni comuni, alla garanzia dei diritti sindacali (a partire dalla questione della rappresentatività nelle aziende), dalla protezione della maternità, all’autodeterminazione delle persone nei momenti critici dell’esistenza (basti pensare alle questioni della procreazione medicalmente assistita ed a quelle del fine vita), si è concretizzata, in nome della Costituzione, più nelle aule di giustizia che in quelle parlamentari. Ne sono testimonianza le sentenze della Corte costituzionale. In realtà, hanno inciso di più le mobilitazioni popolari che le iniziative legislative e di governo. Possiamo affermare che la Costituzione, quanto più è stata negletta dalle istituzioni, tanto più è divenuta stella polare di molte persone, movimenti, associazioni e della società civile. Tra i giovani i temi del dibattito politico nelle istituzioni suonano sempre più lontani e freddi, mentre la tutela dei valori costituzionali è sempre più avvertita, come sanno coloro che frequentano aule scolastiche. Il compito dei giuristi più sensibili ai temi sociali non può che essere quello di difendere la Costituzione in maniera attiva, così come suggerisce Lorenza Carlassare, sollevando, ciascuno nel proprio ruolo di magistrato o avvocato, questioni di legittimità costituzionale non solo quando la Costituzione venga violata dalle leggi, ma anche quando precisi obblighi costituzionali vengano apertamente disattesi dalla legislazione. Anche in questo si concretizza l’obiettivo di richiedere alle istituzioni la piena applicazione della Costituzione.

Apriamo la panoramica, perché senz’altro oggi, nell’era della Troika, ma anche della riconferma della Merkel, certamente non è più sufficiente pensare alle nostre frontiere (con quello che significano, poi, in questi giorni con la mente a Lampedusa) come ambito di produzione di norme e di diritto. E andando anche un po’ in là, ben oltre quei refrain cui i nostri governanti ci hanno abituato (la crisi, i sacrifici, il vivere male) la vittoria della Merkel, e di quel modello di governance che propone, come prefigurazione di una convivenza tra il modello capitale finanziario e il modello “coesione sociale” (rilancio dei mercati, ridistribuzione delle briciole di ricchezza) certamente un localismo giuridico, pur se costituzionalmente orientato, farebbe ben poca strada. Forse è quindi il caso di iniziare a ragionare di diritti in termini europei, ancor meglio, euro mediterranei, che ne pensi ? 

Il vero problema che mette a rischio il nostro futuro e la sicurezza dei cittadini in Italia ed in Europa è il sopravvento dell’economia sulla politica. Questo fenomeno rende tutti più indifesi e rende asfittici gli spazi riservati ai diritti ed alla democrazia. Tale processo che, in forza della globalizzazione, coinvolge tutto il mondo, in Italia è già molto sviluppato: s’è fatta largo l’idea che la democrazia (ed il costituzionalismo moderno) abbia fatto il suo tempo e che ci si trovi ormai in un tempo post-democratico, il tempo della sostituzione del governo della “tecnica” economico– finanziaria al governo della “politica” democratica. Così, si spiegano le ipotizzate “ineludibili riforme”. Ce ne si rende conto se si volge lo sguardo alla condizione cui è stato ridotto il diritto del lavoro, sempre più sottratto alle persone e mercificato, disconosciuto ai giovani e non più messo a fondamento della Repubblica. Lo si vede dal trasferimento della sovranità dal popolo ai mercati finanziari, come testimonia la riforma dell’art. 81 della Costituzione, nella privazione agli Stati di ogni concreta facoltà e strumento di intervento nella vita economica. Il suo postulato è lo svuotamento del principio di rappresentanza e della partecipazione dei cittadini europei alla determinazione degli indirizzi politici nazionali, in forza della supposta inevitabilità e neutralità delle decisioni tecnocratiche e, in definitiva, nello smarrimento e rovesciamento degli ideali di solidarietà e giustizia che furono alla base della costruzione dell’Europa. E’ dunque chiara la rottura del rapporto che intercorre tra economia e democrazia, sul quale si è edificata la storia moderna dell’Occidente L’economia non solo si è separata ed affrancata dalle regole democratiche ma, a partire dall’ordinamento europeo, si è imposta alla politica, che si limita ad attuarne gli schemi da essa imposti. Questa supremazia di un’economia fine a se stessa perché ignora i bisogni dei cittadini ed indifferente alla democrazia rischia di essere la nuova condizione del mondo e anzi viene presentata come l’unica civiltà possibile. In questa prospettiva, mi sembra sia sempre più evidente che qualunque lotta in difesa dei diritti delle persone, a partire dalle fasce sociali più deboli, per non essere velleitaria, non possa non tenere conto di questa constatazione e svilupparsi coerentemente sul piano istituzionale, sociale e politico europeo, oltre che nazionale.

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