Settecento chilometri di lotte. Parte dall’Abruzzo l’opposizione al metanodotto Rete Adriatica

Quando scendo dal treno è già buio. Nell’aria l’odore della legna ardente mi riporta indietro con la mente, al paese dei miei nonni in Basilicata. C’è Robertaad aspettarmi, non mi conosce ma appena mi vede mi abbraccia e mi conduce all’interno della sua casa che sarà anche il mio rifugio per qualche giorno. Lascio lo zaino ed esco, saluto i miei nuovi vicini, Tommaso il gatto, e mi avvio, insieme a due attivisti di Fridays for Future, verso il centro. Siamo a Sulmona, al centro dell’Italia appenninica e dell’Abruzzo, nonché luogo nevralgico per SNAM che vorrebbe costruire un mega-metanodotto. Ed è per questo che mi trovo lì.

Il progetto si chiama Rete Adriatica e rappresenta la più grande infrastruttura energetica italiana oggi in costruzione. Si tratta di un metanodotto di 687 km che parte da Massafra, in Puglia – dove si allaccerebbe al TAP (Trans Adriatic Pipeline) –, per arrivare a Minerbio, a pochi chilometri da Bologna, e collegarsi alla rete Transmed che prosegue verso nord. Il percorso complessivo attraversa dieci regioni italiane e prevede anche la costruzione di una centrale di compressione e di spinta del gas a Sulmona (località Case Pente), nella Valle Peligna, in una zona sismica di primo grado. Il tracciato, inoltre, percorre aree di grande valore naturalistico come tre parchi nazionali, uno regionale e ventuno Siti di Importanza Comunitaria.

COME NASCE IL PROGETTO
Il nome deriva dal progetto iniziale che prevedeva la costruzione dell’infrastruttura lungo la costa adriatica, ma in un secondo momento si è scelto di spostare il passaggio del metanodotto verso l’interno, probabilmente per incontrare meno opposizioni in aree prevalentemente spopolate e per non danneggiare l’economia turistica della costa. Rete Adriatica rientra nel progetto dell’Unione Europea di fare dell’Italia – come dichiarato dall’ex amministratore delegato di SNAM Carlo Malacarne – un hub del gas capace di rifornire il resto d’Europa. Il gas che transiterebbe per l’Italia sarebbe dunque destinato alle esportazioni.

Il progetto nasce nel 2004 su proposta di SNAM Rete Gas, azienda italiana che ha tra gli azionisti il governo italiano con Cassa depositi e prestiti, ma anche colossi finanziari statunitensi (come Black Rock) e cinesi (come State Grid Corporation of China)[1]. SNAM rappresenta oggi in Europa l’azienda operante nel settore del gas con il più alto fatturato (2,5 milioni di euro) e il più alto numero di strutture di stoccaggio e km di gasdotti costruiti (quasi 50 mila). Oltre a detenere la costruzione di Rete Adriatica, SNAM ha la quota più alta (venti per cento) in TAP, società costruttrice del Trans Adriatic Pipeline. Per far valere i propri interessi l’azienda investe ingenti somme per attività di lobbying ed è riuscita a ottenere nel solo 2015 ben ventisei incontri con i vertici dell’Ue. Per dare idea della visione energetica di SNAM basti pensare che l’attuale ad dell’azienda, Marco Alverà, è stato per dieci anni in Eni, uno dei colossi energetici più potenti e inquinanti al mondo.

A questa ennesima opera inutile, dannosa e imposta, vi è chi si oppone lungo tutto il tracciato. Come osservano gli oppositori, i costi saranno collettivi e i profitti privati. Infatti, nella costruzione del progetto è stato e continuerà a essere elargito denaro pubblico, come quello proveniente dalla Cassa depositi e prestiti o dalla Bei (Banca europea degli investimenti) che ha accordato a SNAMdue finanziamenti (300 milioni nel 2009 e 365 nel 2013). Inoltre noi contribuenti continueremo a pagare l’opera nelle bollette.

Se è chiaro su chi saranno spalmati i costi economici dell’opera resta da chiedersi su chi graveranno quelli ambientali. Per riuscire a superare la Valutazione di impatto ambientale, SNAM ha spezzettato il tracciato in cinque lotti funzionali al fine di evitare un esame complessivo dell’impatto ambientale e sanitario dell’infrastruttura. Tuttavia, sin dalle origini, gli abitanti dei territori interessati dalla costruzione del metanodotto si oppongono all’opera denunciandone la pericolosità, dovuta al transito in zone ad alta sismicità, e l’impatto che avrebbe su economie locali ancora basate su attività non intensive e su una concezione non predatoria della natura. Inoltre, la localizzazione della centrale di compressione e spinta del gas al centro della Valle Peligna avrebbe un alto impatto a livello sanitario a causa della limitata circolazione dell’aria dovuta alle caratteristiche geografiche della valle, con una conseguente concentrazione di agenti inquinanti a Sulmona e nell’intera area. A queste considerazioni si aggiungono ulteriori quesiti: serve realmente quest’opera? E a chi?

Quello che i dati del ministero dello sviluppo economico dicono è che i consumi di gas in Italia sono in diminuzione. Nel 2018 il consumo è calato del tre per cento rispetto all’anno prima e del sedici per cento rispetto al 2005. Sebbene SNAM sostenga che tale progetto serva a garantire l’indipendenza energetica del paese dalle esportazioni, tale obiettivo sembra poco coerente con il fatto che il gas che Rete Adriatica dovrebbe trasportare proverrebbe da altri paesi, come l’Azerbaijan, interessato da scandali corruttivi e in cui vige un regime dittatoriale. Inoltre, in un momento in cui la comunità scientifica denuncia l’urgenza di agire per ridurre a zero le emissioni di sostanze climalteranti, risulta anacronistica la scelta di continuare a investire in energie fossili come gas e metano che, al di là della propaganda industriale che le presenta come fonti di transizione verso le energie rinnovabili, sono in realtà estremamente dannose per il clima. Queste problematiche non sembrano sfiorare i vari governi italiani che, ignorando il volere degli enti locali e delle comunità territoriali, hanno deciso di supportare il progetto di un nuovo metanodotto.

 

AL CUORE DELLA LOTTA
È a Sulmona che si trova attualmente il centro nevralgico del conflitto tra SNAM e gli attivisti e le attiviste locali. Nota per la produzione di confetti, Sulmona è una cittadina al centro dell’Abruzzo dove tutti/e si conoscono e dove qualcuno dorme ancora con le chiavi sulla porta di casa. È lì che SNAM dovrebbe costruire la centrale di compressione di dodici ettari autorizzata dal governo Gentiloni (Pd) nel marzo 2018. La decisione, presa alla fine del mandato, è stata una doccia fredda per i comitati. Negli anni precedenti sia i comuni interessati dal tracciato che la Regione avevano espresso contrarietà all’opera con più delibere, ma il governo ha deciso di ignorare tali istanze dichiarando l’opera di interesse strategico nazionale e superando così ogni forma di dissenso.

Ciò non ha scoraggiato gli/le abruzzesi, già forti di una storia di lotte ambientali vinte, come quella contro la piattaforma petrolifera Ombrina Mareche portò in strada 60 mila persone. Così all’indomani del decreto che autorizzava la costruzione della centrale, i comitati hanno dato vita al coordinamento No Hub del Gas-Abruzzo realizzando una carovana per informare sulle ragioni della protesta, che ha portato, il 21 aprile 2018, a una manifestazione con più di diecimila persone provenienti da tutta la regione e non solo.

La prima volta che incontro questa comunità in lotta è al campeggio – il secondo – organizzato dal coordinamento a Campo di Giove. Mi ci porta Alessia sul furgone delle Brigate di solidarietà attiva (Bsa) colmo di materiale da scaricare per allestire il campeggio. Ci siamo conosciute a Venezia in occasione dell’assemblea dei movimenti contro le grandi opere inutili e per la giustizia climatica. Alessia ha ventuno anni, gli occhi vivaci e curiosi e segue la lotta No SNAM dai tempi delle superiori, quando con il collettivo studentesco girava per le scuole della regione per sensibilizzare su questa vertenza. Mentre svuotiamo il furgone mi spiega l’organizzazione dei tre giorni di campeggio.

È prevista la presenza di attivisti/e provenienti dai territori interessati dalla costruzione della Rete Adriatica, i/le No Tap, le Brigate di solidarietà che da anni lavorano in situazioni di emergenza come quella del post-terremoto ad Amatrice, i comitati per l’ambiente di Sulmona, il Forum per l’acqua, Fridays For Future; c’è Zona 22, uno dei gruppi più attivi nell’opposizione a Ombrina, e tante altre persone, scalatori, scrittori, contadini, che vivono e amano la montagna. Pur trattandosi di gruppi diversi per composizione e obiettivi, emerge subito il fatto di essere parte di una stessa battaglia che vede SNAM e il governo nazionale come controparti. Si richiede quantomeno una nuova Valutazione di impatto ambientale che tenga conto del progetto nel suo insieme e degli spostamenti delle faglie sottostanti il progettato metanodotto dopo i terremoti di Amatrice, Norcia e di altre aree dell’Italia centro-orientale. Ciò che più mi colpisce è il nesso tra questa lotta, il post-terremoto e lo spopolamento dell’area appenninica.

La gestione del post-terremoto dell’Aquila prima e di Amatrice poi è stata al tempo stesso inefficace, per l’incapacità di dare soluzioni adeguate e tempestive all’emergenza abitativa, oppressiva, per il controllo asfissiante della Protezione civile e per la militarizzazione del territorio, ed estremamente mediatizzata. A uno dei tavoli di lavoro sento parlare del fatto che il ritardo nella ricostruzione ha reso le popolazioni interessate dal terremoto ricattabili da SNAM che offrendo modesti compensi potrebbe acquistare le loro terre consentendo loro di ricostruirsi una casa. Inoltre, in territori come questi dove il lavoro manca, migrare rischia di divenire una vera e propria necessità. Così lo spopolamento di queste aree del centro Italia consente a SNAM di avere gioco (più) facile. Ed è su questi punti che la riflessione dei gruppi locali si sofferma. Difendere il territorio non significa solo rifiutare la sua messa a valore finalizzata agli interessi di pochi ma anche ripensare un modello di organizzazione sociale ed economica differente che possa ridare vita a un’area molto ricca da un punto di vista naturalistico e culturale.

Quando torno per la seconda volta a dicembre, Savino, un’attivista del collettivo AltreMenti Valle Peligna, mi porta a Case Pente, dove SNAMdovrebbe costruire la centrale. Quando arriviamo ci sono già alcune persone che lavorano per sistemare il terreno, donato da un contadino, dove il coordinamento ha deciso di costruire il presidio permanente adiacente ai terreni acquistati dall’azienda. Incontro Mario, quasi settant’anni, convinto pacifista – mi racconta dell’anno passato in carcere nel ’71 per avere rifiutato di arruolarsi nell’esercito – e oppositore della prima ora a Rete Adriatica, contro la quale si batte insieme ai comitati cittadini per l’ambiente.

Girando tra paesini e vette innevate, Savino mi racconta di sé: ha vissuto e studiato a Roma ma dopo gli studi ha sentito il bisogno di tornare e provare a fare qualcosa per il posto dove è nato. È da tanti e tante come lui che nasce AltreMenti nel 2015. Mi racconta quanto sia difficile costruire una lotta come questa in un contesto provinciale, dove quando hai terminato la scuola, per fare il lavoro per cui hai studiato devi partire. Nei paesi che visitiamo non ci sono abitanti, alcune case ancora scricchiolano e ogni tanto, tra le macerie, dei gatti distesi al sole attirano la nostra attenzione. È questo l’entroterra abruzzese, bellezza distrutta e in abbandono, al quale non tutti si rassegnano. Ogni sabato gli abitanti e le abitanti si recano a Case Pente: chi pota gli alberi, chi raccoglie rami e foglie da terra, chi mette un po’ di musica per accompagnare il lavoro. Nina – figlia di Roberta – si arrampica come sempre sugli alberi, mentre qualcuno passa per portare del caffè e la propria solidarietà. È importante per chi si oppone a SNAM costruire centri di aggregazione, dire alle controparti, con la propria presenza, che il territorio è di chi lo vive e lo ama e non di chi vuole metterlo a profitto.

Intanto, mentre i lavori al presidio proseguono, si decide per il sabato successivo un’azione simbolica: piantare degli alberi da frutto nei terreni di SNAM, azione che vuole mettere in evidenza la differenza tra chi si cura del territorio e lo fa crescere e chi lo ammazza. Il questore risponde impedendo l’azione e avvertendo dell’arrivo di un reparto della celere da Senigallia. Nonostante tutto, la costruzione del presidio prosegue. L’intenzione sarebbe quella di ospitare qui il terzo campeggio No Hub del Gas.

Sulla via del ritorno, accompagnata dal suono ridondante e morbido del treno, guardo ammaliata quelle montagne da cui ogni volta imparo qualcosa. Penso che all’arrivo mi troverò catapultata nella frenesia asettica della stazione Termini, inghiottita dal vortice di cose da fare e scadenze da rispettare. E sento un desiderio vivo di raccontare, di contribuire a rompere il silenzio assordante che avvolge questa lotta, perché è assurdo che le istituzioni europee e italiane investano per i prossimi cinquant’anni in energie fossili rimanendo sordi alle richieste della comunità scientifica e della società civile. Ma anche perché, se ancora è possibile vivere in luoghi dove si condivide il quotidiano, dove esiste ancora un noi, dove ci si può nutrire con ciò che si è coltivato e si possono concepire relazioni sociali al di fuori del modello predatorio che fagocita tutto, allora di quel che sta accadendo in Abruzzo bisogna parlare, per provare – al di fuori di ogni idealizzazione – a prendere esempio. (paola imperatore)

Per aggiornamenti e approfondimenti su Fb: “No Hub del Gas – Abruzzo”

[1] I dati presentati in questo paragrafo sono tratti da Di chi sono i gasdotti? dell’associazione Re:Common

Tratto da Napoli Monitor

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